Fanghi di depurazione, l’Italia deve potenziare il riutilizzo

Lo rivela lo studio presentato da Althesys, in collaborazione con Utilitalia, Fise Assoambiente e le principali aziende italiane attive nella depurazione delle acque reflue

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fanghi di depurazione
Hermann Hammer da Pixabay

Il corretto riutilizzo dei fanghi di depurazione entro il 2030 è cruciale per la sostenibilità. Essi possono essere impiegati sia in agricoltura sia in campo energetico.

Lo studio “L’industria idrica e le sfide dell’economia circolare. La gestione sostenibile dei fanghi di depurazione”, elaborato da Althesys in collaborazione con Utilitalia, Fise Assoambiente, altre aziende italiane, denuncia la gestione inefficiente dei fanghi di depurazione nel nostro Paese.

Lo studio è stato presentato nel corso di un web in air, durante il quale è intervenuto anche l’economista Alessandro Marangoni. “Bisogna quindi evitare lo smaltimento in discarica e valorizzare le sinergie con gli altri settori, agricoltura ed energia, tracciando un piano a medio-lungo termine di gestione nazionale condivisa”, ha poi aggiunto l’economista. Ha spiegato anche come più è efficiente il processo di depurazione delle acque di scarico maggiore è il quantitativo di fanghi che si ottengono.

Lo studio di Althesys

Serve una normativa adeguata sul riutilizzo

I fanghi di depurazione finiscono così troppo spesso in discarica. La macchina del riciclo s’inceppa, facendo sprecare all’Italia il grande potenziale rappresentato dai fanghi di depurazione. In agricoltura, per esempio, pesano le incertezze generate da interventi giurisprudenziali e legislativi regionali differenti. A ciò si aggiungono la penuria di impianti Waste of energy per i fanghi e l’uso limitato nei cementifici.

Il nostro Paese ha inserito uno stanziamento di 15,3 miliardi di euro per la valorizzazione del territorio e delle risorse idriche nel Piano nazionale di recupero e resilienza (Pnrr). Ma c’è bisogno prima di un riordino dell’ordinamento nazionale che contempli le diverse possibilità di recupero dei fanghi di depurazione, al fine di utilizzare le risorse europee.

Serviranno un tavolo di coordinamento istituzionale normativo, la valorizzazione della qualità dei fanghi, una visione integrata idrico-waste-agricoltura che coinvolga l’intera filiera, la creazione di una rete di stakeholder che includa produttori, operatori, utilizzatori, imprese agricole di trasformazione e, infine, il ricorso alla termovalorizzazione, con impianti dedicati, per il potenziale recupero del fosforo.

Numeri e statistiche

Secondo le stime dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), nel 2018 sono stati prodotti 3,1 milioni di tonnellate di fanghi da trattamento acque reflue urbane.

A livello nazionale la depurazione delle acque è del 90%. Scende al 57% se si considera la capacità degli impianti col carico inquinante potenziale generabile nel territorio. La produzione di fanghi infatti cambia da regione a regione. In testa troviamo la Lombardia (14%), l’Emilia Romagna (12,2%), il Veneto (12%) e il Lazio (11,6%).

Il sistema di gestione dei fanghi di depurazione ha un costo che si aggira tra i 400 e i 520 milioni di euro considerando una produzione di quattro milioni di tonnellate a regime.

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