bacino padanoI primi risultati del progetto europeo PrepAir in merito agli effetti del Covid-19 sulla qualità dell’aria nel bacino padano parlano chiaro: i livelli di inquinanti gassosi monitorati, benzene e ossidi di azoto (NOx), sono diminuiti rispetto sia ai mesi di marzo 2016-2019 sia rispetto ai periodi precedenti il lockdown. “Le misure di contenimento adottate hanno generato una condizione inedita per le concentrazioni di diversi inquinanti su tutto il territorio del bacino, in relazione sia alla variazione delle emissioni sia alle condizioni meteorologiche”. 

Qualità dell’aria, primi risultati di PrepAir

I risultati preliminari di PrepAir sul legame tra Covid-19 e qualità  dell’aria sono stati presentati lo scorso venerdì 19 giugno. L’analisi ha messo in relazione una serie di fattori: ha valutato le emissioni inquinanti legate alle misure emergenziali sui settori trasporti, riscaldamento, industria, e agricoltura. Ne ha poi rilevato la variazione presso le stazioni di monitoraggio di tutto il bacino padano. Infine, ha tenuto in considerazione i dati relativi alla situazione meteorologica che influenza l’accumulo o la dispersione degli inquinanti stessi.

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Le misure prelevate dalle stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria sono state confrontate con quelle ipotetiche di uno scenario no-lockdown. Per la simulazione è stato adoperato un modello chimico di trasporto e dispersione che ha combinato i dati meteorologici del periodo e la stima delle emissioni di inquinanti che si sarebbe rilevata in assenza di misure restrittive.

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Benzene, ossidi di azoto e particolato

Per quanto riguarda il benzene i valori hanno mostrato un calo fino al 33%. Per l’NO del 58% e per l’NO2 del 38%. “In sintesi, per quanto riguarda gli inquinanti gassosi, tutti gli indicatori scelti confermano una riduzione importante dell’impatto sulle concentrazioni atmosferiche, rispetto allo scenario no-Covid”.

Il particolato merita una considerazione specifica. L’andamento è stato influenzato dalla presenza di inquinanti precursori, specifica l’Ispra-Snpa sul sito, “come l’ammoniaca derivante dall’agricoltura e dall’allevamento, in concentrazione sufficiente a produrre PM di origine secondaria”. Inoltre, ci sono state emissioni della componente primaria dovute all’aumento dei consumi di gas e di legna per riscaldamento domestico e alle condizioni meteorologiche che hanno limitato la dispersione degli inquinanti.

Difatti, per tutto il mese di marzo le frazioni PM10 e PM2,5 hanno registrato valori minimi nei giorni ventilati e valori massimi nei giorni di stagnazione. Il picco di concentrazione di PM10 è stata registrata a fine marzo per l’arrivo di masse d’aria cariche di polvere dei deserti dell’area del Caspio.

In generale, si può dire che i valori di PM10 sono scesi ma meno di quelli degli inquinanti gassosi. I valori massimi registrati dalle stazioni nel mese di marzo sono comunque inferiori rispetto agli anni precedenti.

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Strategia plurisettoriale

La domanda che si pongono i ricercatori è: questi importanti risultati consentiranno di rispettare i limiti posti dall’Europa? Sì a patto che si adotti “una strategia incentrata su interventi plurisettoriali mirati a ridurre sia le emissioni dirette che i precursori delle PM”, rimarca l’Ispra-Snpa sul sito. Perché i dati preliminari dello studio danno conferma di “alcuni punti chiave della pianificazione adottata dalle Regioni e Province autonome del Bacino del Po nei propri piani di qualità dell’aria adottati e degli accordi interregionali”.

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