Cer: “Ridurre costo dell’energia o sistema continuerà a zoppicare”

L’analisi del presidente di Sienaenergie, Alessandro Vigni

A quattro anni dalla nascita di Sienaenergie, il presidente Alessandro Vigni traccia un bilancio lucido e senza retorica sullo stato delle Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) in Italia. Tra lungaggini burocratiche e insidie commerciali, l’esperienza senese diventa lo spunto per analizzare il cortocircuito tra la spinta verso una reale democrazia energetica locale e gli ostacoli del settore.

Cer
Foto di Sergio Martins su Unsplash.

Nell’intervista che segue, Vigni affronta i nodi centrali della transizione: dalla tutela del suolo agricolo alle semplificazioni necessarie, fino al modello europeo per la vendita diretta dell’energia pulita a chilometro zero.

In un suo recente intervento, contrappone il modello decentralizzato e territoriale delle Cer a quello dei mega-impianti industriali gestiti da grandi gruppi. Quali interventi normativi prioritari ritiene necessari per far coesistere o riequilibrare queste due visioni all’interno della transizione energetica nazionale, senza compromettere gli obiettivi di decarbonizzazione?

La priorità assoluta deve essere data all’utilizzo di tetti di capannoni industriali e agricoli, a quelli delle strutture commerciali e di servizio, a quelli delle abitazioni civili (nelle zone dove è consentito in conformità con le norme urbanistiche) nonché per la copertura di aree di parcheggio e superfici già impermeabilizzate. Le superfici disponibili, per installare impianti fotovoltaici su queste strutture, sono più che sufficienti per soddisfare la crescita prevedibile della domanda di energia elettrica.

Ciò consente di risparmiare terreno agricolo e di intervenire direttamente sui luoghi dove avviene il maggior consumo di energia elettrica. Così si potrebbe evitare anche di realizzare importanti infrastrutture di trasporto a distanza, costose e foriere di rilevanti perdite dell’energia prodotta.

Il concetto che sta alla base del nuovo sistema energetico deve essere quello della produzione e del consumo su scala locale, basato sulla condivisione dell’energia tra prosumer e consumatori, non della giustapposizione di grandi impianti su territori che non ne hanno bisogno. E che in quanto tali non solo debbono essere contrastati per ragioni di salvaguardia ambientale, ma non debbono ricevere né incentivi e né garanzie di profitto legate a fabbisogni energetici inesistenti.

Ha inoltre evidenziato ritardi nei tempi di risposta e criticità nella gestione dei dati da parte del Gse, oltre a richieste documentali particolarmente stringenti. Quali soluzioni tecniche o protocolli di cooperazione diretta tra Gestore e comunità territoriali potrebbero snellire questi processi e garantire la trasparenza nella distribuzione degli incentivi?

Intanto la ridondanza di documenti richiesti dal Gse e le conseguenti lungaggini burocratiche può essere superata riducendo all’essenziale le informazioni da acquisire. Se ho a disposizione il codice dei singoli pannelli o dei singoli inverter, a che serve avere anche la foto delle relative targhette? A cosa servono dati puntigliosi sulla potenza dell’impianto quando la produzione reale è comunque variabile in ragione delle condizioni climatiche locali? A cose serve raccogliere i dati completi sulle singole utenze, quando sarebbe sufficiente acquisire quelli che sono già in possesso dei fornitori di energia elettrica?

Introdurre queste semplificazioni alleggerirebbe gli oneri a carico del singolo associato alla Cer ed anche le lavorazioni che debbono essere svolte  all’interno del Gse. Meglio sarebbe dedicare le scarse risorse disponibili ad un puntuale rilevamento della quantità dell’energia immessa in rete e condivisa all’interno delle singole configurazioni, fornendo dati puntuali e precisi sulla ripartizione dei modesti incentivi previsti. Per quanto la finalità sociale delle Cer non si esaurisca in questa funzione, può essere di aiuto alle famiglie, in condizione di maggior bisogno, ricevere tempestivamente quanto di loro spettanza.

Tra le problematiche che ha sollevato figurano le offerte commerciali “tutto compreso” che rischiano di svuotare di significato il concetto di prossimità delle Cer. Quali strumenti di tutela e informazione propone Sienaenergie per aiutare consumatori e prosumer a distinguere i progetti a reale impatto territoriale da semplici iniziative commerciali?

Scorrendo gli elenchi di chi ha ottenuto i finanziamenti del Pnrr e delle Cer riconosciute dal Gse, è facile constatare che in moltissimi casi la Cer a cui sono stati fatti aderire tanti beneficiari sono strumenti puramente cartacei. Se ho ricevuto un finanziamento del 40% a fondo perduto per un impianto di 100 kWp, e poi i consumatori collegati sono soltanto una o due famiglie significa che ho completamente mancato l’obiettivo della condivisione dell’energia immessa in rete. E neppure si beneficerà, sia da parte del prosumer che del consumatore, degli incentivi ventennali.

Credo che dovrebbe essere messo in moto un meccanismo che stimoli davvero l’aggregarsi di consumatori attorno ai singoli produttori, attraverso la nascita o la fusione tra loro di vere Comunità Energetiche Rinnovabili, in modo da avere strumenti coerenti con lo spirito che ha portato alla nascita delle Cer. Per esempio si potrebbe ricorrere alla revoca totale o parziale del finanziamento se entro una determinata scadenza (3/5 anni?) non si raggiungesse una soglia significativa di condivisione dell’energia (30/50%?).

Il tema di un’informazione chiara e completa di ciò che significa stare all’interno di una Cer per i cittadini, e le aziende che meritevolmente si dotano di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, deve essere affrontato seriamente dagli organi pubblici che si occupano della materia.

Citando il contesto europeo, ha sottolineato la possibilità per i produttori locali di commercializzare direttamente l’energia prodotta sul mercato. In che modo il quadro regolatorio italiano potrebbe evolvere per consentire una gestione flessibile e autonoma della vendita d’energia a chilometro zero, mantenendo al contempo la stabilità della rete elettrica nazionale?

È noto che l’Italia è già inadempiente rispetto alle normative europee. Perché, se in una configurazione di Cer c’è uno scambio di energia tra prosumer e consumatori, si deve passare, per lo scambio di tale energia, dai grandi players nazionali che pagano poco l’energia immessa in rete ma applicano tariffe salate al consumatore?

Non sarebbe più semplice che, attraverso la Cer, prosumer e consumatori potessero scambiarsi l’energia limitandosi a pagare gli effettivi costi di produzione e gli oneri strettamente connessi alla gestione dell’infrastruttura tecnologica, senza sottostare ai balzelli che la cervellotica regolamentazione del mercato dell’energia impone? Si comprende bene che gli azionisti delle società di produzione e distribuzione di energia elettrica si aspettano delle profumate cedole, ma ciò non corrisponde esattamente agli interessi dei piccoli produttori e di milioni di consumatori.

Ciò significherebbe far fare alle Cer un notevole salto in avanti, ma anche introdurre una vera misura che punti a ridurre il costo dell’energia, che in Italia è tra i più alti d’Europa. Ci deve essere il coraggio di affrontare questo passaggio, altrimenti il nostro sistema energetico nazionale continuerà a zoppicare.

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Massimo Boddi
Freelance nel campo della comunicazione, dell’editoria e videomaker, si occupa di temi legati all’innovazione sostenibile, alla tutela ambientale e alla green economy. Ha collaborato e collabora, a vario titolo, con organizzazioni, emittenti televisive, web–magazine, case editrici e riviste. È autore di saggi e pubblicazioni.