Bollette, il nuovo decreto: 5 miliardi di euro tra sostegni e riforme

Il Consiglio dei Ministri vara misure per famiglie e imprese

Il Consiglio dei Ministri n. 162 ha dato il via libera al cosiddetto Decreto Bollette, un provvedimento d’urgenza volto a mitigare l’impatto dei costi energetici sul sistema Paese. Il testo, i cui contenuti sono stati illustrati dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, attraverso un videomessaggio, mobilita risorse per circa 5 miliardi di euro. L’intervento si articola su due direttrici principali:

  • il sostegno diretto ai nuclei familiari in condizioni di vulnerabilità
  •  una serie di riforme destinate al tessuto produttivo, finalizzate a ridurre gli oneri di sistema e a slegare il costo dell’elettricità dalle quotazioni del gas naturale.

Sostegni a famiglie e riduzione oneri per le imprese

Il primo pilastro del decreto riguarda il potenziamento del bonus sociale, una misura che coinvolge attualmente circa 2,7 milioni di famiglie. Per questi nuclei viene introdotto uno sconto supplementare sulla bolletta elettrica pari a 115 euro annui, che va a sommarsi ai 200 euro già precedentemente stanziati, portando il beneficio complessivo a 315 euro. Parallelamente, il Governo introduce un sistema di visibilità per le aziende energetiche che applicheranno sconti volontari di almeno 60 euro l’anno a favore delle famiglie con Isee fino a 25 mila euro non rientranti nel bonus sociale.

Per quanto riguarda le imprese, il provvedimento punta all’abbattimento degli oneri generali di sistema. Le risorse per questa operazione verranno reperite attraverso due canali: la riduzione dei tempi di versamento degli oneri da parte delle società energetiche allo Stato e un incremento dell’aliquota Irap del 2% applicata alle aziende della filiera energetica (produzione, distribuzione e fornitura). Secondo le stime governative, l’impatto sarà sensibile: un artigiano potrebbe risparmiare circa 700 euro l’anno complessivi, mentre per le grandi imprese gasivore il taglio dei costi potrebbe superare i 220 mila euro annui.

Le riforme strutturali: Ppa e scorporo dei diritti Ets

Oltre alle misure di emergenza, il decreto introduce innovazioni nel funzionamento del mercato. Viene prevista la creazione di una piattaforma pubblica per favorire l’aggregazione delle piccole imprese nell’acquisto di energia direttamente dai produttori, sfruttando i contratti a lungo termine denominati Ppa (Power Purchase Agreement). Tale meccanismo, supportato dalle garanzie di Gse e Sace, mira a svincolare i prezzi dalle oscillazioni speculative.

Inoltre tutti quegli impianti ex beneficiari di incentivi statali potranno accedere a un bonus per prendere parte al mercato dei PPA: una premialità del 15% a condizione che l’energia sia contrattualizzata tramite Acquirente Unico.

Un ulteriore intervento riguarda la gestione dei diritti Ets (Emission Trading System). L’esecutivo ha deciso di scorporare il costo di queste quote — nate per tassare le emissioni di CO2 delle fonti fossili — dal calcolo del prezzo delle energie rinnovabili, come solare e idroelettrico. L’obiettivo dichiarato è impedire che le fonti pulite risentano dei costi ambientali legati ai combustibili inquinanti, portando a una riduzione generalizzata delle tariffe elettriche.

DL Bollette, le voci: dai consumatori ai produttori di rinnovabili

Nonostante la presentazione governativa, diverse realtà hanno espresso forti riserve. Federconsumatori definisce il decreto un provvedimento che “riesce a scontentare tutti”, sostenendo che ai consumatori non porti benefici reali e che riduca i sostegni per le famiglie in disagio. L’associazione lamenta un metodo di confronto “non trasparente” e teme che le misure risultino marginali a fronte di prezzi di luce e gas nuovamente in rialzo.

Posizione simile è espressa da Aduc che parla di una “toppa” figlia dell’incapacità di ideare interventi di lungo periodo. La sigla evidenzia come i bonus per le fasce a basso Isee subiscano in realtà una riduzione rispetto al passato e segnala la freddezza della Commissione Europea verso misure che potrebbero essere interpretate come aiuti di Stato.

Sul fronte dei produttori di energia, la preoccupazione è palpabile. L’Anev (Associazione Nazionale Energia del Vento) avverte che interventi retroattivi e alterazioni artificiali del prezzo rischiano di minare la credibilità del sistema e allontanare gli investitori. Secondo l’associazione, la strada maestra dovrebbe essere lo sblocco burocratico per nuovi impianti eolici e fotovoltaici, piuttosto che scorciatoie normative. Anche l’associazione Ebs (Energia da biomasse solide) lancia l’allarme, ritenendo “illogico e rischioso” ridurre i prezzi minimi garantiti, sottolineando che il settore garantisce una produzione costante e 5.000 posti di lavoro che verrebbero messi a rischio.

Il mondo agricolo e la difesa del biogas

Anche le grandi sigle agricole manifestano sconcerto. Coldiretti definisce il decreto un’opportunità persa per ridurre la dipendenza estera, poiché penalizza chi ha investito nella transizione ecologica. Il Cib (Consorzio Italiano Biogas) aggiunge che la revisione dei prezzi minimi garantiti, unita all’obbligo di riconversione a biometano senza norme di supporto, mette a repentaglio la resilienza delle imprese agricole.

Sulla stessa linea, Confagricoltura che chiede formalmente al Parlamento di rivedere il decreto per evitare la chiusura di centinaia di impianti di biogas. Il plafond destinato a questo settore viene definito “estremamente limitato” e rischierebbe di compromettere la copertura dei costi per le piccole aziende.

La prospettiva industriale: tra favore e timori

Un parere in controtendenza arriva da Gas Intensive, che rappresenta i settori manifatturieri ad alto consumo di gas (vetro, ceramica, carta). La sigla valuta positivamente il provvedimento, in particolare per la norma sull’abbattimento dello spread tra il prezzo del mercato italiano (Psv) e quello olandese (Ttf). Questo servizio di liquidità è fondamentale per recuperare competitività rispetto ai concorrenti europei, come quelli spagnoli.

“Alcuni provvedimenti vanno nella giusta direzione” secondo Giorgio Tomassetti, CEO di Octopus Energy Italia, “come lo snellimento dell’iter burocratico per allacciare nuovi impianti produttori di energia rinnovabile alla rete elettrica.

È qui che dovremmo puntare davvero per ridurre strutturalmente il costo dell’energia: poiché il prezzo dell’energia in Italia è stabilito dall’ultima fonte necessaria a coprire la domanda, ogni ora in cui le rinnovabili ci permettono di fare a meno del gas è un’ora in cui il prezzo dell’energia si abbassa. Ma poiché oggi serve ancora il gas per coprire tutta la domanda, il prezzo lo fa il gas. Anche chi produce a costi bassi viene pagato a prezzo alto.

La vera competitività industriale e la tutela dei consumatori si ottengono con energia strutturalmente più economica e stabile; con più rinnovabili, più batterie, meno burocrazia e regole certe. Non è un caso che in Paesi come la Spagna, dove questo punto è stato recepito con più forza e dove il prezzo è determinato dalle rinnovabili per molte più ore, si è assistito a una riduzione dei costi significativa”.

Finché non interveniamo sulla formazione del prezzo alla radice, continueremo a spostare costi invece di ridurli.

Di segno opposto è la lettura di Confimi Industria che descrive il provvedimento come un intervento “parziale ed emergenziale”, privo di una visione di lungo periodo. Viene evidenziato come le imprese italiane paghino l’energia molto più dei competitor esteri e si richiama alla responsabilità di garantire prezzi medi europei, ammonendo che senza una riforma profonda il sistema produttivo italiano rischia una “desertificazione silenziosa”.

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