Un nuovo rapporto del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (Doe), intitolato A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate, propone una valutazione critica della letteratura scientifica e dei dati governativi sul climate change. Sviluppato da un gruppo di cinque scienziati indipendenti, il Climate Working Group, il documento solleva diversi dubbi sulla narrativa convenzionale relativa alle emissioni di gas serra.

Secondo le conclusioni del rapporto, il riscaldamento globale indotto dalla CO2 potrebbe rivelarsi meno dannoso dal punto di vista economico rispetto a quanto comunemente ipotizzato, suggerendo che le attuali strategie di mitigazione aggressive potrebbero essere mal dirette. Il documento indicherebbe inoltre che le politiche adottate dagli Stati Uniti avrebbero un impatto diretto quasi impercettibile sul clima globale, con eventuali effetti che si manifesterebbero solo con notevole ritardo.
Usa: approccio scettico al climate change
Il rapporto esaminerebbe le certezze e le incertezze scientifiche relative a come le emissioni di anidride carbonica, e altri gas serra, abbiano influenzato il clima e gli eventi meteorologici estremi. Se da un lato l’aumento della concentrazione di CO2 contribuisce a un effetto serra, dall’altro favorirebbe la crescita delle piante, contribuendo a un generale inverdimento del Pianeta e all’aumento della produttività agricola. Per quanto riguarda gli oceani, l’abbassamento del pH, potenzialmente dannoso per le barriere coralline, sarebbe controbilanciato dal recente recupero della Grande Barriera Corallina.
Un punto centrale del rapporto riguarderebbe l’affidabilità dei modelli climatici. I ricercatori del Doe avrebbero notato che gli scenari di emissioni ampiamente utilizzati nella letteratura scientifica potrebbero aver sovrastimato i trend futuri. Il documento evidenzierebbe, inoltre, come i diversi modelli climatici globali offrirebbero indicazioni molto varie sulla risposta del clima all’aumento di CO2, con proiezioni di riscaldamento medio che variano notevolmente. Si avanzerebbe l’ipotesi che la combinazione di modelli eccessivamente sensibili, e scenari di emissioni definiti poco plausibili, potrebbe aver portato a proiezioni esagerate del riscaldamento futuro.
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Letteratura scientifica: Doe mette in discussione modelli climatici

Sul fronte degli eventi meteorologici estremi, il rapporto indicherebbe che la maggior parte di questi negli Stati Uniti non mostrerebbe chiare tendenze a lungo termine. Le affermazioni di una maggiore frequenza o intensità di uragani, tornado, inondazioni e siccità, a detta del documento, non troverebbero un solido supporto nei dati storici. Si evidenzierebbe, inoltre, che le pratiche di gestione forestale verrebbero spesso trascurate nella valutazione dei cambiamenti nell’attività degli incendi boschivi. Anche per l’innalzamento del livello del mare, il rapporto sottolineerebbe che i dati dei mareografi statunitensi non mostrerebbero un’accelerazione evidente oltre il tasso storico.
Le conclusioni del documento mettono insomma in discussione l’attribuzione diretta del climate change alle emissioni antropiche, citando la variabilità climatica naturale, i limiti dei dati e le carenze intrinseche dei modelli. Viene inoltre suggerito che il contributo dell’attività solare al riscaldamento globale di fine XX secolo potrebbe essere stato sottostimato. In definitiva, l’analisi del Doe solleverebbe il dubbio che politiche di mitigazione troppo aggressive potrebbero causare più danni che benefici. Le stime del costo sociale del carbonio, che tenterebbero di quantificare il danno economico delle emissioni, sarebbero viste come informazioni di utilità limitata, data la loro alta sensibilità alle ipotesi di base.
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