Clima, Mediterraneo e Italia surriscaldamento senza precedenti

Focus sul rapporto European State of the Climate

L’Europa si conferma ufficialmente come il continente che registra la più rapida transizione del clima sul Pianeta, con una traiettoria di riscaldamento che viaggia a una velocità doppia rispetto alla media globale. I dati ufficiali pubblicati nel rapporto European State of the Climate, redatto congiuntamente dal Copernicus Climate Change Service del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, tracciano un quadro inequivocabile. Negli ultimi trent’anni, a fronte di un incremento globale della temperatura pari a circa 0,27°C per decennio, il continente europeo ha registrato un’impennata di circa 0,56°C per ogni dieci anni a partire dalla metà degli anni Novanta. Questa escalation ha portato l’Europa a posizionarsi a circa 2,5°C al di sopra dei livelli preindustriali.

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L’eccezionalità delle temperature registrate nel periodo recente ha determinato una prima storica anomalia: l’ultimo triennio è stato il primo blocco di tre anni consecutivi in cui la temperatura media globale ha superato stabilmente la soglia critica di 1,5°C rispetto all’era preindustriale, spingendo quasi la totalità del territorio continentale europeo – almeno il 95% della superficie – verso temperature annuali nettamente superiori alle medie storiche.

Ondate di calore estive sempre più frequenti

A favorire questa marcata accelerazione concorrono dinamiche atmosferiche e ambientali interconnesse. Da un lato, il cambiamento strutturale dei modelli di circolazione dell’aria ha reso le ondate di calore estive più frequenti, intense e durature. Dall’altro, la progressiva e virtuosa riduzione degli aerosol inquinanti in atmosfera, dovuta a normative europee sempre più stringenti sulla qualità dell’aria, ha involontariamente rimosso quell’effetto scudo che rifletteva parte della radiazione solare, incrementando l’irraggiamento diretto della superficie.

Parallelamente, la costante diminuzione della copertura nevosa riduce drasticamente l’effetto albedo del suolo, innescando un circolo vizioso in cui il terreno assorbe una quantità maggiore di calore anziché respingerlo nello spazio.

Clima, vulnerabilità italiana nel cuore del Mediterraneo

In questo scenario di profonda trasformazione, l’Italia e il bacino del Mediterraneo emergono come uno dei punti caldi della crisi climatica globale. Il rapporto evidenzia come l’Europa meridionale sia stata investita in modo massiccio da prolungati stress termici e da anomalie idrologiche estreme. Durante i mesi estivi, l’intera penisola ha dovuto fare i conti con un aumento significativo dei giorni caratterizzati da uno stress termico classificato come forte o estremo. L’indice termico Utci indica che le temperature percepite hanno raggiunto livelli di severità straordinari, in particolare nel corso di due imponenti ondate di calore estive. La più estesa di queste si è sviluppata nel mese di luglio, configurandosi come la seconda ondata di calore più severa mai registrata nella storia del continente, protraendosi per ben venticinque giorni consecutivi e lasciando un segno profondo sulle regioni mediterranee.

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Un altro indicatore critico che fotografa la specificità del caso italiano è l’impennata delle notti tropicali, ossia quelle notti in cui la temperatura minima non scende mai al di sotto dei 20°C. Il monitoraggio satellitare e terrestre mostra che le aree costiere della penisola e le zone interne del Meridione hanno registrato fino a trenta o, in alcuni contesti localizzati, quaranta notti tropicali in più rispetto alla media del periodo di riferimento, con un impatto diretto sul benessere della popolazione e sulla mancata possibilità di refrigerazione notturna degli ecosistemi urbani e naturali.

Questa persistenza del calore ha trovato un contraltare nella drastica riduzione delle giornate di stress da freddo: il 90% dell’Europa ha sperimentato un crollo verticale delle temperature rigide invernali, stabilendo un minimo storico assoluto per quanto riguarda i giorni di freddo intenso.

La crisi dei mari e la minaccia alla biodiversità marina

Se sulla terraferma gli effetti sono evidenti, è nel contesto marino che si registrano i dati più allarmanti per l’ecosistema che circonda l’Italia. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando a ritmi superiori alla media globale, trasformando quelle che un tempo erano anomalie termiche occasionali in appuntamenti annuali ricorrenti e devastanti. Nel periodo analizzato, il Mar Mediterraneo ha vissuto il suo secondo anno più caldo mai registrato, con una temperatura superficiale media dell’acqua pari a 21,35°C, un valore superiore di ben 1,03°C rispetto alla norma storica e di pochissimo inferiore al record assoluto stabilito l’anno precedente.

Il dato più impressionante riguarda l’estensione e l’intensità delle ondate di calore marino. Per il terzo anno consecutivo, l’intero bacino mediterraneo ha subito condizioni di ondata di calore marino classificate almeno come forti, e oltre la metà dell’area marina ha raggiunto i livelli di severità definiti severi o estremi. A livello continentale complessivo, una quota record dell’86% delle acque marine europee ha sofferto a causa di queste ondate di calore.

Le minacce alla resilienza della Posidonia

Questa alterazione termica costante mette a repentaglio la stabilità biologica del Mare Nostrum, agendo come una delle forze più distruttive per la biodiversità costiera. Il surriscaldamento prolungato delle acque è direttamente collegato a eventi di mortalità di massa delle specie autoctone e minaccia l’esistenza della Posidonia, la pianta acquatica endemica più importante del Mediterraneo.

Questa specie, protetta dalle direttive europee, forma praterie sottomarine che si estendono per circa 19.000 chilometri quadrati lungo le coste europee e rappresenta un pilastro fondamentale per l’ambiente: le sue praterie sono in grado di immagazzinare il carbonio con una velocità fino a trenta volte superiore rispetto alle foreste pluviali tropicali e ospitano ecosistemi ricchissimi, fungendo da area di crescita per circa il 20% delle principali risorse ittiche commerciali globali.

Le ondate di calore estremo indeboliscono la resilienza di queste praterie, già colpite dalle attività antropiche come gli ancoraggi e l’inquinamento, minando la capacità del mare di purificare le acque e di trattenere i sedimenti costieri.

Il grande contrasto idrico e l’allarme per la rete fluviale

Il bilancio idrico e idrologico tracciato dal rapporto mette in luce una forte polarizzazione geografica all’interno del continente. Mentre la penisola iberica e alcune porzioni del quadrante sud-occidentale hanno registrato anomalie pluviometriche positive, con piogge superiori alla norma, un vasto corridoio di condizioni siccitose si è esteso dall’Europa nord-occidentale fino ai settori orientali. Il bacino del Mediterraneo nel suo complesso ha mostrato un dato di precipitazione annuale apparentemente vicino alla media, ma caratterizzato da forti contrasti interni, alternando lunghi periodi di totale assenza di piogge a eventi precipitativi localizzati e violenti. La scarsità d’acqua si è tradotta in una crisi profonda dello stato dei suoli e dei fiumi. L’anno in questione si è collocato come uno dei tre più asciutti dal 1992 per quanto riguarda l’umidità del terreno a livello continentale.

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Questa carenza idrica superficiale e profonda ha avuto ripercussioni immediate sulla rete fluviale europea, dove il 70% dei corsi d’acqua ha registrato una portata annuale sensibilmente inferiore alla media. Per ben undici mesi su dodici, il flusso medio dei fiumi europei è rimasto sotto i livelli normali, toccando nei mesi di maggio e giugno i minimi storici assoluti dall’inizio delle misurazioni nel 1992.

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Sebbene le alluvioni e le piogge estreme abbiano colpito alcune aree specifiche in modo severo, provocando la perdita di vite umane e danni significativi alle infrastrutture, tali fenomeni sono risultati complessivamente meno diffusi rispetto ai picchi critici osservati negli anni immediatamente precedenti.

Incendi record: l’emergenza in Italia nei picchi termici

La combinazione di temperature eccezionali, scarsa umidità del suolo e vegetazione secca ha creato le condizioni ideali per lo sviluppo e la propagazione degli incendi boschivi, concentrati prevalentemente nelle regioni dell’Europa meridionale. A livello continentale è stato stabilito un nuovo drammatico primato: la superficie totale percorsa dal fuoco ha raggiunto 1.034,552 ettari, superando il precedente record stabilito nel 2017. Le emissioni di gas serra derivanti dagli incendi hanno toccato il livello più alto mai registrato, alimentate in gran parte dai roghi devastanti che hanno colpito la Spagna, ma che hanno visto anche l’Italia impegnata in una gestione complessa dell’emergenza durante i picchi termici di luglio e agosto. La stagione degli incendi si è aperta con un anticipo straordinario già nei mesi di febbraio e marzo in diversi settori europei, a testimonianza di una vulnerabilità del territorio che non è più confinata alla sola stagione estiva.

In questo quadro di forti criticità, l’unico segnale di controtendenza arriva dal comparto della transizione energetica e della mitigazione. Le particolari condizioni atmosferiche dell’anno, caratterizzate da un forte irraggiamento solare dovuto alla minore copertura nuvolosa nei settori centrali e settentrionali, hanno permesso alle fonti rinnovabili di coprire quasi la metà del fabbisogno elettrico del continente, raggiungendo una quota pari al 46,4% dell’elettricità totale prodotta in Europa. In particolare, l’energia solare ha stabilito un nuovo record storico di contribuzione, arrivando a generare il 12,5% dell’elettricità complessiva.

Si tratta di un passo avanti fondamentale nell’ambito delle politiche climatiche e della Strategia sulla Biodiversità 2030, che mira a proteggere e ripristinare gli ecosistemi degradati. Alla fine del periodo monitorato, circa la metà delle azioni raccomandate dalla strategia europea risultavano completate o avviate, a conferma del fatto che, sebbene l’accelerazione del riscaldamento globale imponga sfide senza precedenti a territori fragili come l’Italia, la risposta strutturale e tecnologica per una maggiore resilienza è pienamente in corso.

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