All’interno delle priorità della Commissione europea, rientra sicuramente l’agricoltura e il suo ruolo nell’ambito dei cambiamenti climatici. Essa infatti, non deve più solamente essere considerata sulla base della produttività, poiché si occupa di differenti beni che hanno diverse finalità e crea conflitti tra diverse realtà. 

Bisogna sicuramente ancora definire degli strumenti e c’è bisogno di portare avanti la ricerca a tutti i livelli, per questo è nato il progetto Life Agrestic, che cerca di offrire un contributo, fornendo risposte operative agli agricoltori che possiedono la conoscenza, ma che devono anch’essi riuscire ad agire per una sostenibilità ambientale ma anche economica.

Il progetto Life Agrestic, che si inserisce nella Priority area climate change mitigation – Life climate action 2014-2020, è stato illustrato al webinar “Il contributo dell’agricoltura alla resilienza climatica: tecniche innovative e politiche di supporto”, organizzato dal Consorzio Horta (Spinoff dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) che coordina il progetto.

Il progetto Life Agrestic

Il progetto Life Agrestic nasce per promuovere l’adozione di sistemi colturali innovativi ed efficienti, ad alto potenziale di mitigazione del cambiamento climatico e contribuisce alla diffusione di strumenti innovativi per un’agricoltura più efficiente e attenta agli impatti sul clima. Il progetto durerà fino al 30 giugno 2023 e verrà attuato in Emilia-Romagna, Toscana e Puglia. Tra i partner di progetto ci sono: Art-ER, New business media, Scuola Superiore Sant’Anna e Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il progetto si basa su otto principali attività operative: 

  • C1 sul recupero e la caratterizzazione di legumi e colture di copertura;
  • C2 verte sull’attività dedicata ai sistemi di supporto delle decisioni (Dss) implementate in parte nei sistemi che utilizzano gli agricoltori;
  • C3 dove si svolgono i test dei sistemi colturali e si confrontano due tipi di coltivazioni, quelle innovative e quelle tradizionali;
  • C4 in questa fase avviene la progettazione e sviluppo del test di un prototipo per la rilevazione in tempo reale delle emissioni di gas serra dal suolo;
  • C5 è finalizzata a definire un modello per la stima dei flussi di gas serra;
  • C6 è basata sulla valutazione delle prestazioni climatiche e ambientali. Le pratiche innovative hanno impatti positivi su diversi aspetti tra cui: la gestione degli infestanti, l’impollinazione, il sequestro del carbonio, la regolazione del clima e l’immagazzinamento di acqua.
  • C7 questa fase si basa sulle analisi dei diversi scenari delle emissioni di gas serra e sulla valutazione dei costi e benefici, che viene effettuata per tutto l’arco del progetto.
  • C8 è basata sul coinvolgimento degli stakeholder, anche attraverso una piattaforma del progetto composta da agricoltori, associazioni e Autorità locali; comprende anche le attività di networking per progetti analoghi.

Un’agricoltura smart

“Il progetto Life Agrestic rientra nell’evoluzione dell’agricoltura”, commenta Angelo Frascarelli, presidente Ismea, “l’agricoltura è cambiata fortemente dagli anni ’50 ad oggi, oramai si deve parlare di agricoltura smart. A chiederlo non sono solo le politiche comunitarie, ma anche i cittadini, che vogliono: risparmiare soldi e tempo; praticità e comodità; salute e ambiente. Soprattutto queste ultime sono preponderanti e lo vediamo da come le aziende presentano i prodotti”. 

La nuova economia smart, secondo Frascarelli, si ottiene attraverso l’innovazione, la nuova genetica e la blockchain e, tutto in una logica di resilienza. 

“La nostra agricoltura dovrà abituarsi a subire tanti shock per quanto riguarda il clima e i cambiamenti geopolitici, ma saranno da prevedere ex ante, grazie ad una agricoltura del futuro innovativa e resiliente. Dunque, come coltivare di più in base alla crescente richiesta, senza impattare negativamente sul clima? Con le varietà di colture da adattare alle specificità locali, che richiede maggiore conoscenza per ettaro, ma la conoscenza deve essere trasferita ai consumatori che chiedono attenzione per clima e ambiente ed equità nella filiera, perché l’agricoltura deve essere remunerata equamente”, conclude. 

L’impegno concreto dell’Europa per l’agroalimentare

Come illustrato da Pasquale Di Rubbo, policy analyst presso la Commissione Europea, il settore agroalimentare gioca un ruolo importante come dimostra la Strategia “Farm to fork”, che approccia in modo sistemico, non più cercando solamente di risolvere il problema all’interno di ogni singolo Stato europeo. 

La strategia “Farm to fork” si basa sulla riduzione dell’impronta climatica, sulla preservazione delle risorse naturali come suolo e biodiversità e sulla creazione di un sistema agroalimentare solido e resiliente, capace di soddisfare una domanda crescente di beni alimentari. Questo non significa ridurre la produzione, ma saper assorbire gli shock con pratiche sempre più resilienti e sostenibili.

Due aspetti importanti della FtF sono: la riduzione del 20% di fertilizzanti e avere almeno il 10% della superficie agricola europea costituita da elementi paesaggistici ad alta diversità. 

Obiettivo della Commissione UE è anche quello di dettagliare gli obblighi per tutti gli attori e coinvolgere in maniera attiva ogni singolo pezzo del sistema agroalimentare. In questo, ad esempio l’etichettatura avrà un ruolo importante: dovrà guardare alla dimensione ambientale, sociale ed economica, in tema anche di equità.

“La neutralità climatica entro il 2050 diventerà un obbligo legale, dichiara Di Rubbo, e un altro target vincolante sarà ridurre il gas effetto serra del 55%, a cui è chiamata a contribuire anche la Pac (Politica agricola comune). Ci vorranno significativi sforzi, infatti per catturare e assorbire le emissioni al 2050 dovremo stare sulle 500Mt CO2eq. Il regolamento Lulucf fissa l’assorbimento di carbonio a 310 Mt entro il 2030 e, secondo le stime l’agricoltura può raggiungere la neutralità climatica entro il 2035, se si riuscirà ad aumentare l’assorbimento di carbonio del 20% e ridurre della stessa percentuale le emissioni diverse dalla CO2”.

Infine, nell’ambito del Programma “Orizzonte Europa”, sono stati messi a disposizione 320 milioni di euro (2021-2023) per migliorare la fertilità dei suoli, attraverso la costituzione di laboratori viventi in tutta Europa e  l’istituzione di un Consorzio di ricerca internazionale sul sequestro del carbonio nel suolo.

Il mercato dei crediti di carbonio per offrire incentivi agli agricoltori 

La Commissione europea sta andando oltre la Pac, lavorando ad un documento sul “Carbon farming”, che mira a definire un sistema omogeneo per certificare i crediti di carbonio. Infatti, sta lavorando su un nuovo mercato su di essi, dove gli agricoltori possano davvero beneficiare degli sforzi che riescono a mettere in campo a livello agricolo. Al momento, non ci sono linee definitive chiare e, per questo motivo la Commissione vuole procedere in una fase con almeno due step, di cui il primo vuole armonizzare la metodologia di calcolo di questi certificati, associando ad ogni pratica agro-forestale la quantità di CO2 che riesce ad assorbire. Una volta che si troverà un accordo a livello europeo su questi strumenti di certificazione, poi nel secondo step, bisognerà immaginare in quale contesto mettere in piedi questo mercato del carbonio che è su base volontaria. Successivamente, la Commissione vuole costruire un sistema europeo che sia monitorato continuamente, per evitare pratiche di greenwashing. 

Misurare e certificare per poter valutare 

Il capo dipartimento Mipaaf (Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali) Giuseppe Blasi, sottolinea un punto importante sulla misurazione e certificabilità delle azioni sostenibili: “Noi abbiamo la certezza che determinate pratiche producano effetti positivi, ma riscontriamo la difficoltà di arrivare alla misurazione del delta dei valori positivi. Noi siamo favorevoli alla certificabilità di tutto il processo produttivo, perché non ha senso farlo solo su una parte di esso. Vorremmo portare questi aspetti all’interno di un sistema di diversificazione uniformemente condiviso su impronta idrica e sostenibilità economica e sociale, così che questo aspetto si possa valorizzare anche in futuro su elementi oggettivi, verificabili e riproducibili. Più si andrà avanti e più dovremo guardare al mercato per premiare questi comportamenti con degli incentivi economici, che però non è detto verranno mantenuti. Siamo aperti affinché le iniziative siano sostenute e strutturate, dobbiamo però sempre pensare alla misurabilità e verificabilità senza introdurre ulteriori oneri amministrativi nel sistema, ad esempio in tema di certificabilità di cattura del carbonio”, conclude Blasi.

Ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura migliorando l’economicità 

Giuseppe Corti, direttore Crea-Agricoltura e ambiente pone l’attenzione sul fatto che: “Sul suolo ci sono forze e interessi estremamente contrastanti sia da parte dell’edilizia che della sigillazione del suolo, tutti interessi legittimi, ma che spesso contrastano con la sua tutela. Vogliamo ridurre l’impatto dell’agricoltura sull’ambiente, ma nel farlo bisogna fare attenzione al reddito degli agricoltori, non si può infatti gravare sulle loro tasche, già provate”. 

Per migliorare le condizioni delle aziende agricole, secondo Corti occorre portare la ricerca ai massimi livelli e serve quella che viene definita la “conoscenza per ettaro”, ovvero della specificità dei suoli, altrimenti, in caso contrario, si deve intervenire con altri elementi. Il suolo può essere adatto a certe coltivazioni e non ad altre, così si raggiunge un minor impatto ambientale perché si impiegano meno fertilizzanti.

“I fronti su cui il Crea è attivo e si è mosso su questo tema, continua Corti, sono le Consociazioni: abbiamo esperienza con le orticole e con le Consociazioni tra cereali e leguminose (orzo-pisello) sia per l’alimentazione animale che per quella umana. Attraverso di esse, si riduce la quantità di fertilizzanti e si possono ridurre dell’80% gli antiparassitari. Ancora oggi però, non riusciamo a raccogliere distintamente l’orzo dai piselli, certo non è un problema se destinato al mondo animale, ma se riuscissimo a meccanizzare maggiormente sarebbe meglio”. 

Conclude Corti: “Sicuramente si devono recuperare le aree e i suoli marginali, ma bisogna ottimizzare le coltivazioni nei suoli già esistenti, serve maggiore ricerca sul campo, salvaguardare e migliorare il suolo e la sua fertilità, e non meno importante ci vuole più ricerca sulle attrezzature agricole”. 

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Professionista delle Relazioni Esterne, Comunicazione e Ufficio Stampa, si occupa di energia e sostenibilità con un occhio di riguardo alla moda sostenibile e ai progetti energetici di cooperazione allo sviluppo. Possiede una solida conoscenza del mondo consumerista a tutto tondo, del quale si è occupata negli ultimi anni.