Home RUBRICHE CARBONFOODPRINT L’impronta idrica del cibo. L’importanza dei colori, non dei numeri!

L’impronta idrica del cibo. L’importanza dei colori, non dei numeri!

L’impronta idrica del cibo. L’importanza dei colori, non dei numeri!

Ogni forma di vita sulla Terra dipende dall’acqua, è nell’acqua infatti che miliardi di anni fa comparvero le prime forme viventi. Anche oggi le quasi 9 milioni di specie viventi presenti sul pianeta basano la loro esistenza sull’acqua, risorsa quindi non solo fondamentale ma anche preziosa. Infatti nonostante essa sia una risorsa rinnovabile, rimane comunque limitata e vulnerabile. Per quanto riguarda l’allocazione delle risorse idriche è bene ricordare che la maggior parte dell’acqua dolce è attribuibile ai consumi in agricoltura (oltre il 70%) ,il 23% agli usi industriali e il 7% agli usi domestici (1).

Proprio per misurare l’impatto su tale risorsa si è diffuso negli ultimi 10 anni il calcolo dell’impronta idrica, in cui il termine impronta, comune al carbon footprint (impronta carbonica) e ecological footprint (impronta ecologica), designa una misura quantitativa dell’appropriazione delle risorse naturali da parte della specie umana (2).

Il concetto di impronta idrica nasce per migliorare quello di acqua virtuale. Entrambi i termini esprimono il volume di acqua dolce “contenuta” nel prodotto non realmente ma virtualmente, ossia tutta l’acqua che è stata impiegata ed inquinata nel processo produttivo. Quello che li distingue, però, è che l’impronta idrica diversamente dal contenuto di acqua virtuale esprime e distingue i diversi tipi di acqua impiegata ed è spazio temporalmente esplicita. Rileva quindi che tipo di acqua è stata usata, e come e dove è stata impiegata, infatti il suo valore può cambiare nel tempo ed in funzione del sito di produzione (3).

Nella procedura per il calcolo dell’impronta idrica sono identificate tre diverse tipologie di acqua (verde, blu e grigia) che definiscono la natura dell’acqua impiegata.

L’acqua verde è il quantitativo di acqua piovana impiegata dalla coltura per evapotraspirare ed assume grande rilevanza per i prodotti agricoli. L’acqua blu è l’acqua dolce sottratta ad un bacino idrico che non viene reimmessa nello stesso da cui è stata prelevata, oppure vi ritorna ma in tempi diversi. Infine vi è l’acqua grigia, un modo intuitivo ed innovativo per esprimere la contaminazione dei corpi idrici in termini di volume, e poter quindi sommare questo quantitativo ai due precedentemente illustrati ed ottenere un indice complessivo. L’acqua grigia esprime il volume “immaginario” di acqua necessario per diluire la contaminazione eventualmente prodotta al di sotto di determinati end point legali, e/o ecotossicologici.

Tutti gli studi condotti evidenziano che l’acqua virtuale dei prodotti agricoli e dei derivati prodotti a partire da essi corrisponde sempre a volumi elevati e nei prodotti derivati la fase più rilevante è sempre quella agricola. È necessario però fare dei distinguo: chiaramente ogni coltura, ed ogni processo di trasformazione dei prodotti agricoli avranno caratteristiche intrinseche che li renderanno, sempre in funzione della dimensione spazio-temporale (del dove e del quando avvengono), più o meno idrovori. Inoltre l’agricoltura impiega principalmente acqua verde, l’acqua quindi naturalmente fornita dall’ambiente!

A questo proposito è importante far notare che una coltivazione di Festuca Arundinacea (una graminacea usata comunemente nei tappeti erbosi) o un bosco di querce avrebbero richiesto molta più acqua verde di molte delle colture usate a scopi alimentari, e che solo un piazzale perfettamente asfaltato ha un’impronta idrica pari a 0! Comunicare l’acqua virtuale infatti non è cosa semplice. Per questo non si dovrebbe delegare ad un semplice numero il compito di farlo.

Quante volte abbiamo letto 3000 L per una bistecca di manzo da 200 g, ma quante volte ci hanno detto che il 94% di quel quantitativo di acqua, è acqua verde, il 4% blu, il 3% grigio? I valori andrebbero sempre riportati per tipologia di acqua, e le diverse tipologie di acqua andrebbero sempre spiegate. Per valutare la sostenibilità di un prodotto in funzione dell’impronta idrica infatti non si deve guardare tanto al valore complessivo ma ai due seguenti valori:

-il rapporto acqua verde/acqua blu: più il rapporto è alto più la coltura è stata condotta in una zona climatica ad essa consona impiegando quindi il più possibile l’acqua naturalmente fornita dall’ambiente con le piogge e ricorrendo in modo limitato al prelievo di acqua dai corpi idrici. Giusto per fare un esempio è chiaro che i pomodori prodotti in Israele avranno un minore rapporto acqua verde e acqua/blu (acqua verde 25 L/kg; acqua blu 26 L/kg; totale 84 L/kg) rispetto ai pomodori italiani (acqua verde 65 L/kg; acqua blu 31 L/kg; totale; 109 L/kg) pur avendo un valore complessivo di impronta idrica più basso.

-il volume di acqua grigia. Infatti un alto valore di acqua grigia corrisponde a un elevato impatto qualitativo sulla risorsa. Bisogna considerare infatti che l’acqua è una risorsa rinnovabile, ma limitata e preziosa e il suo inquinamento rappresenta un importante rischio per il suo impiego presente e futuro.

 

Riferimenti

1 FAO.2012. Water reports 38: Coping with water scarcity An action framework for agriculture and food security. Disponibile: http://www.fao.org/docrep/016/i3015e/i3015e.pdf

2 Galli A., Wiedmann T.,Ercin E., Knoblauch D., Ewing B., Giljumf S., 2012. Integrating Ecological, Carbon and Water footprint into a “Footprint Family” of indicators: Definition and role in tracking human pressure on the planet. Ecological Indicator 16, 100-112

3 Hoekstra A.Y., Chapagain A.K., Aldaya M.M., Mekonnen M.M., 2009. Water footprint manual: State of the art 2009. Water Footprint Network, Enschede, The Netherlands, Disponibile: http://www.waterfootprint.org/?page=files/WaterFootprintAssessmentManual

 

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