L’Italia si conferma una delle nazioni più virtuose in Europa nel recupero e nell’impiego circolare delle risorse, sostenuta da un sistema industriale storicamente abile nella trasformazione dei materiali. Tuttavia, questo primato rischia di essere vanificato da un malessere strutturale mai risolto: un cronico deficit di impianti di trattamento e smaltimento che spinge all’estero milioni di tonnellate di rifiuti e fa lievitare i costi per cittadini e imprese.
È la fotografia scattata da “I Rifiuti in Numeri 2026”, il rapporto annuale curato da Assoambiente (l’associazione che rappresenta le imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e bonifiche) e presentato oggi alla fiera Ecomondo di Rimini.
I numeri dell’economia circolare: primato europeo, ma tanta dipendenza dall’estero

Sul fronte della circolarità dei materiali, l’Italia continua a registrare performance di prim’ordine. Su un consumo totale di 777 milioni di tonnellate di materiali impiegati dall’economia nazionale, 135 milioni derivano dal riciclo, portando il tasso di circolarità oltre il 21%, un valore quasi doppio rispetto alla media dell’Unione Europea (12,2%) e secondo soltanto a quello dei Paesi Bassi (27,2%).
Ciononostante, la strutturale scarsità di materie prime interne costringe il Paese a una forte dipendenza dalle forniture estere: ben 300 milioni di tonnellate di risorse vergini (pari al 46% del totale utilizzato) continuano a essere importate ogni anno, specialmente per quanto riguarda i combustibili fossili.
Aumentano i rifiuti speciali, il riciclo effettivo non insegue la differenziata
Analizzando i volumi complessivi di scarti prodotti, nel 2024 l’Italia ha toccato la quota di 202 milioni di tonnellate di rifiuti. Se la generazione dei rifiuti urbani si mantiene costante nel decennio (29,9 milioni di tonnellate), a registrare un’innalzamento vertiginoso sono i rifiuti speciali, saliti dai 134,4 milioni di tonnellate del 2014 agli attuali 172,1 milioni. A fare la parte del leone in questo comparto è il settore delle costruzioni e demolizioni (52,5%), seguito dai processi di trattamento rifiuti (23,1%) e dalle attività manifatturiere (15,9%).

Non mancano le ombre anche sul versante urbano. Se la raccolta differenziata sfiora ormai il 67,7% (con 20,3 milioni di tonnellate intercettate), il tasso di riciclo effettivo si ferma al 52,3%. Una forbice di oltre 15 punti percentuali causata principalmente dall’impurità dei conferimenti e dagli scarti prodotti nella selezione dei materiali. Rimane inoltre elevato il ricorso alla discarica (14,8% a fronte del target UE del 10% entro il 2035), mentre il recupero energetico copre meno del 20% dei rifiuti urbani, generando una quota pari al 3,6% dei consumi elettrici nazionali.
L’emorragia verso l’estero e la stangata sui bilanci
L’incapacità del sistema impiantistico nazionale di chiudere autonomamente il ciclo dei rifiuti si riflette nelle cifre dell’export: nel 2024 l’Italia ha spedito oltreconfine 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti (5,1 milioni di speciali e 1,3 milioni di urbani). Materie e risorse energetiche che potrebbero rimanere all’interno della catena del valore nazionale vengono così cedute ad altri Paesi.

La carenza di impianti si ripercuote direttamente sui costi di gestione. Nel 2025 la TARI media per famiglia ha toccato i 340 euro annui (in aumento rispetto ai 323 euro del 2024), mostrando pesanti divari tra Nord e Sud: si va dai 203 euro del Trentino-Alto Adige ai 427 euro della Puglia, per una spesa pubblica di gestione salita a 12,5 miliardi. Per il sistema produttivo il peso è ancora più gravoso: la gestione dei rifiuti speciali costa alle imprese italiane 20,4 miliardi di euro all’anno (dati Istat 2023), con un incremento di quasi 4 miliardi rispetto al 2016.
«Siamo tra i leader europei dell’economia circolare, ma non possiamo accontentarci dei risultati raggiunti», ha dichiarato Chicco Testa, Presidente di Assoambiente. «Continuiamo a esportare milioni di tonnellate di rifiuti e a utilizzare troppo le discariche. Dobbiamo colmare il deficit impiantistico, valorizzare anche il recupero energetico per i rifiuti non riciclabili e creare condizioni normative favorevoli agli investimenti, attraverso regole certe e procedure autorizzative più semplici e rapide. Solo così potremo rendere il sistema più efficiente, sostenibile e meno costoso».
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