Un percorso ad ostacoli, fatto di brusche salite e rapide discese. Si presenta così la mappa della green economy globale tracciata durante la seconda giornata degli Stati Generali della Green Economy 2026, l’appuntamento promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile nell’ambito di Ecomondo (Italian Exhibition Group).
Sotto il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, del MIMIT e della Commissione Europea, la sessione curata in collaborazione con Italy For Climate – intitolata “La geopolitica della green economy: una finestra sul mondo” – ha messo a confronto esperti, imprese e istituzioni per fare il punto sui grandi attori dello scacchiere internazionale.
“In un mondo afflitto da guerre, disuguaglianze e tensioni geopolitiche,” ha dichiarato Raimondo Orsini, Direttore della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, “la green economy offre una risposta concreta perché riduce i rischi della crisi climatica e assicura una minore dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e materie prime, spesso all’origine di questi conflitti.”
Lo scacchiere globale: luci e ombre dei grandi player
L’analisi presentata da Italy for Climate evidenzia un quadro internazionale caratterizzato da profonde contraddizioni:
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Cina (Lo snodo dell’elettrificazione): il colosso asiatico ha registrato nel 2025 una crescita zero delle emissioni di gas serra a fronte di un aumento del PIL del 5%, aggiungendo da solo 440 GW di rinnovabili (quasi il 50% della nuova capacità mondiale). Con un tasso di elettrificazione al 32%, il Paese viaggia verso l’obiettivo del 35% entro il 2035. Rimane tuttavia il primo emettitore globale (27% del totale) e un forte consumatore di materie prime (+35% pro capite negli ultimi 15 anni), lasciando la partita dell’economia circolare ancora aperta.
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Stati Uniti (Tra record rinnovabili e spinta fossile): nonostante le politiche sfavorevoli dell’amministrazione Trump, gli USA hanno installato 40 GW di rinnovabili e raggiunto 43 GW di capacità di accumulo (con previsione di raddoppio al 2027). Ciononostante, le emissioni di CO2CO_2 sono salite dell’1,9% (il maggior incremento globale). Con 211 miliardi di dollari investiti nei fossili, gli Stati Uniti si confermano i primi produttori mondiali di gas e petrolio. Il Presidente della Fondazione, Edo Ronchi, ha espresso cauto ottimismo verso le prossime elezioni di midterm americane: “Fanno ben sperare per le politiche climatiche e per una riduzione dello strapotere dei fossili.”
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Europa (La via elettrica e il nodo delle importazioni): dal 1990 ad oggi l’UE ha ridotto del 37% le emissioni di gas serra facendo crescere il PIL del 75%, con la generazione elettrica da fonti rinnovabili arrivata al 48%. Il parco auto elettriche è cresciuto del 32% (27 vetture ogni 1000 abitanti, a ridosso delle 31 cinesi). Tuttavia, le emissioni sono leggermente risalite (+1%) segnando un rallentamento nel processo di decarbonizzazione, mentre il conto per l’importazione di combustibili fossili ha raggiunto la cifra di 337 miliardi di euro.
L’Africa e il paradosso della giustizia climatica
Il focus più drammatico e al contempo denso di opportunità riguarda il continente africano. Pur avendo contribuito ad appena il 3% delle emissioni storiche globali, l’Africa è la regione che paga il prezzo più alto in termini di impatti ambientali, con una stima del 50% di mortalità in eccesso prevista al 2050 a causa del cambio climatico.
Al tempo stesso, l’Africa detiene il 25% della biodiversità globale, il 30% delle riserve mondiali di minerali critici e il 60% delle migliori risorse di energia solare del pianeta. Una condizione che impone un cambio radicale di paradigma, sintetizzato dalle parole del Premio Nobel e Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali al secondo Vertice africano sul clima:
“Non siamo qui per negoziare la nostra sopravvivenza. Siamo qui per progettare la prossima economia climatica mondiale.”
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