L’Unione Europea ha stabilito un obiettivo ambizioso per i prossimi cinque-sette anni: triplicare la capacità complessiva dei propri data center per sostenere la transizione digitale e la crescita delle tecnologie emergenti. Per accompagnare questa espansione e mitigarne l’impatto ambientale, le istituzioni comunitarie intendono introdurre un nuovo sistema di tariffazione comune rivolto ai singoli data center caratterizzati da una capacità superiore a 500 kW. Questa disciplina integrata mira a garantire informazioni del tutto trasparenti sull’effettivo utilizzo delle risorse primarie, quali energia elettrica e acqua, valorizzando contemporaneamente il contributo diretto che tali infrastrutture possono offrire alla rete elettrica.
Tra i capisaldi della nuova regolamentazione figurano il riutilizzo sistematico del calore di scarto, l’aggiunta diretta di capacità generativa da fonti pulite e l’offerta di maggiore flessibilità operativa per stabilizzare il sistema energetico europeo.
Inquadramento normativo e quadro dei consumi
La strategia UE si inserisce nel contesto delineato dal rapporto stilato dalla Commissione Europea al Parlamento Europeo e al Consiglio sull’efficienza energetica dei data center. Il documento analizza l’evoluzione di un settore in fortissima espansione: nel 2024, le strutture ubicate sul territorio dell’Unione hanno consumato circa 68 TWh di energia elettrica, dato destinato a salire fino a 114 TWh entro il 2030, arrivando a rappresentare il 3,2% della domanda elettrica continentale. Tali stime rischiano peraltro di essere riviste al rialzo a causa dell’accelerata adozione dell’intelligenza artificiale e degli obiettivi fissati dal Cloud and AI Development Act per rafforzare la sovranità tecnologica europea.
In questo scenario, il pacchetto di misure avviato dalla Commissione attua le prescrizioni della Direttiva (UE) 2023/1791 sulla rifusione dell’efficienza energetica (Eed), in particolare l’articolo 12, che stabilisce l’obbligo di rendicontazione per gli impianti sopra i 500 kW e la creazione di una banca dati europea per raccogliere i dati prestazionali.
UE: analisi dei dati di monitoraggio e qualità delle rilevazioni
Nel corso del primo ciclo di rendicontazione, corrispondente al periodo tra maggio e settembre 2024, un totale di 770 data center ha inserito i propri indicatori nella banca dati europea, una cifra che corrisponde a circa il 36% della platea potenziale soggetta all’obbligo informativo. L’analisi della copertura geografica evidenzia una marcata disomogeneità, con sei Stati membri che non hanno trasmesso alcun dato e altri cinque che hanno registrato meno di tre strutture, offrendo un quadro parziale di tali regioni.
Ciononostante, le verifiche sulla qualità dei dati indicano che il 70% delle informazioni trasmesse è da ritenersi pienamente affidabile, fornendo un campione significativo per comprendere le tendenze industriali in atto. In vista delle prossime rilevazioni, la Commissione ha già registrato un incremento preliminare superiore al 30% dei dati trasmessi, preannunciando azioni di rafforzamento dell’applicazione della direttiva per garantire una copertura sempre più esaustiva.
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Valutazione dell’efficienza energetica e prestazioni del sistema Italia
L’esame dell’efficienza energetica si basa su quattro metriche fondamentali, a partire dal Power Usage Effectiveness (Pue), definito come il rapporto tra il consumo energetico totale della struttura e l’energia assorbita dalle sole apparecchiature informatiche. Nel 2024, il Pue medio ponderato dei data center nell’Unione Europea si è attestato a 1,36, un valore nettamente più performante rispetto alla media globale di 1,58 e alla media degli Stati Uniti pari a 1,42. Dietro il dato medio europeo si celano tuttavia divergenze tra i vari Stati, con valori nazionali compresi tra 1,15 e 1,66. Nel contesto nazionale, l’Italia ha visto la partecipazione di tre o più data center con rilevazioni valide, registrando un Pue medio di 1,46.
Tale cifra posiziona la realtà italiana all’interno di una fascia considerata buona, seppur superiore alla media continentale e lontana dai livelli di eccellenza conseguiti nei paesi nordici come la Svezia o la Finlandia, entrambi a quota 1,17. L’analisi conferma che la variazione del Pue non dipende primariamente dalle condizioni climatiche, bensì dalla dimensione delle strutture e dalle tecnologie adottate: i centri di minore scala (500-1000 kW) mostrano un dato medio di 1,64, mentre le strutture più grandi beneficiano di economie di scala ed efficienze costruttive superiori.
Data center: gestione delle risorse idriche e impronta nazionale
Un ulteriore fattore critico monitorato dal rapporto è l’impronta idrica, misurata tramite il Water Usage Effectiveness (Wue), che esprime il rapporto tra i volumi d’acqua immessi e il consumo energetico degli apparati IT. Nel 2024, il Wue medio ponderato a livello europeo è risultato pari a 0,58 m3/MWh, con variazioni nazionali comprese tra 0,07 e 1,28 m3/MWh legate all’impiego di sistemi di raffreddamento evaporativi, più diffusi nelle strutture di maggiori dimensioni o in climi caldi.
Il dato relativo all’Italia evidenzia un consumo idrico pari a 0,70 m3/MWh, collocando il Paese al di sopra della media europea e riflettendo le sfide legate alle condizioni climatiche temperate e alle scelte tecnologiche di raffreddamento adottate negli impianti nazionali.
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Recupero del calore di scarto e sfide dell’infrastruttura locale
Molto ampi sono i margini di miglioramento per l’Energy Reuse Factor (Erf), il parametro che misura la quota di energia recuperata rispetto al totale consumato. Nel primo periodo di rendicontazione, soltanto 67 data center nell’intera Unione hanno dichiarato progetti di riutilizzo del calore di scarto, portando la media continentale di calore recuperato a un modesto 1,8%.
In Italia, il valore dell’Erf calcolato sull’insieme delle strutture aderenti si attesta all’1,2%, mentre considerando esclusivamente gli impianti che hanno già attivo un sistema di recupero, la quota sale al 21,7%. Le difficoltà principali nell’aumentare questi valori risiedono nell’assenza di acquirenti di calore nelle vicinanze, nella mancanza di reti di teleriscaldamento adeguate e nella stagionalità della domanda termica, fattori particolarmente accentuati nel contesto infrastrutturale italiano.
Fonti rinnovabili e opzioni per il futuro regolatorio
Sul fronte dell’approvvigionamento da fonti pulite, i data center europei dimostrano una spiccata leadership: il Renewable Energy Factor (Ref) medio ponderato ha raggiunto quota 0,86, con oltre il 70% delle strutture rilevate che copre il 100% dei propri consumi su base annua con energia rinnovabile. L’Italia si inserisce positivamente in questo trend attestandosi su un valore Ref di 0,80, il che significa che l’80% dell’energia consumata dai data center rilevati nel territorio nazionale proviene da fonti rinnovabili, pur rimanendo leggermente al di sotto della media continentale e distante da paesi come Belgio, Danimarca o Finlandia vicini alla totalità.
Gran parte di questa quota è tuttavia ottenuta tramite accordi di acquisto di energia (Ppa) e garanzie di origine, elemento che spinge le istituzioni a valutare una revisione della metrica per premiare la reale addizionalità della produzione locale. Per accelerare la transizione verso la neutralità climatica al 2030, la Commissione ha delineato le prossime tappe legislative.
Tra le misure chiave figurano la semplificazione dello schema di rendicontazione, l’inclusione del monitoraggio dell’energia nucleare nel rispetto della neutralità tecnologica, l’imminente operatività di un sistema di classificazione e rating europeo (marchio di sostenibilità) e l’introduzione di standard minimi di prestazione obbligatori per limitare gli sprechi energetici e idrici sia nelle nuove costruzioni sia nelle ristrutturazioni dell’infrastruttura digitale.
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