Crisi climatica, la grande sfida che scuote le assicurazioni italiane

Monitoraggio dell'Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni

L’impatto della crisi climatica costituisce un fattore di profonda trasformazione contabile, strategica e regolamentare per il sistema economico nazionale. La conferma arriva dai risultati dell’indagine Rischi da catastrofi naturali e di sostenibilità condotta dall’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni. Il documento mappa le risposte di ben 89 compagnie operanti in Italia, evidenziando sia i passi in avanti compiuti dal comparto nell’integrazione delle metriche ambientali, sociali e di governance, sia la forte vulnerabilità del patrimonio immobiliare privato di fronte all’aumento incalzante degli eventi meteorologici estremi.

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2,7 miliardi di euro di risarcimenti nel 2024

Dopo il bilancio drammatico del 2023, segnato da oltre 7 miliardi di euro di risarcimenti dovuti principalmente ai devastanti eventi atmosferici nel Nord Italia, il 2024 ha registrato una tregua sul fronte dei grandi sinistri sistemici, riportando l’onerosità complessiva a valori fisiologici di circa 2,7 miliardi di euro. L’indicatore chiave della gestione tecnica, il cosiddetto combined ratio (che misura l’incidenza della somma di sinistri e spese di gestione sui premi di competenza), è crollato drasticamente dal 351,7% dell’esercizio precedente al 105,2%.

Questo netto miglioramento non è tuttavia derivato da una diminuzione della frequenza dei fenomeni avversi, rimasta al contrario diffusa ed elevata su tutto il territorio nazionale, quanto piuttosto dall’assenza di un singolo evento catastrofico concentrato in aree ad altissima densità di valore economico assicurato.

La dinamica della raccolta evidenzia un’espansione costante: i premi per i rischi legati alle calamità naturali hanno toccato i 3,1 miliardi di euro, registrando un incremento del 13% su base annua e una crescita media annua del 10% nel quadriennio 2021-2024, arrivando a pesare per oltre il 6% sul totale del mercato danni. All’interno di questo paniere, la quota maggioritaria è rappresentata dalle coperture contro rischi climatici acuti (88%), concentrati principalmente sui rischi grandine (67,8%), tempesta (19,6%) e inondazione (11%).

Crisi climatica: l’abisso della sottoassicurazione residenziale

Il dato più critico evidenziato dalla rilevazione Ivass risiede nel profondo divario strutturale tra la protezione del tessuto imprenditoriale e quella delle abitazioni civili. Nonostante l’incremento delle somme assicurate sul comparto residenziale, la percentuale di case coperte da una polizza contro le inondazioni o il terremoto rimane drammaticamente esigua, attestandosi rispettivamente ad appena il 5,1% e il 5,6% delle circa 35,7 milioni di unità immobiliari presenti in Italia.

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Le somme assicurate per gli immobili commerciali raggiungono invece quota 1.416 miliardi per l’inondazione e 1.413 miliardi per il sisma, confermando una sensibilità decisamente maggiore delle aziende rispetto ai privati cittadini. Inoltre, le coperture risultano fortemente sbilanciate da un punto di vista geografico, poiché oltre due terzi del valore complessivo degli immobili protetti si concentrano nelle regioni del Nord Ovest e del Nord Est.

A rendere ancora più complessa la gestione del potenziale danno interviene la presenza di franchigie, scoperti e tetti contrattuali: per la clientela aziendale la quota di perdita che rimane a diretto carico dell’assicurato sfiora il 30% per i rischi idrici e supera il 38% per quelli sismici, a fronte di valori mediamente più contenuti ma comunque rilevanti per la clientela al dettaglio. Tale scenario precede l’impatto pieno dell’obbligo assicurativo sulle immobilizzazioni materiali delle imprese non agricole introdotto dalla legislazione recente, la cui progressiva entrata in vigore tra il 2025 e il 2026 mira a correggere lo storico deficit di protezione nazionale.

Governance societaria e affinamento delle analisi Orsa

Sul piano interno della governance e della gestione dei rischi, il mercato assicurativo mostra una maturazione ormai consolidata. L’89% delle compagnie dichiara di aver pienamente integrato i fattori ambientali e sociali all’interno dei propri sistemi di governo e di valutazione della solvibilità, a fronte del 60% registrato al debutto del monitoraggio tre anni prima. I rischi fisici sono considerati materiali da quasi l’85% delle compagnie, che ne valutano gli impatti sia nel breve sia nel lungo periodo tramite le simulazioni previste dal processo Orsa.

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Nelle valutazioni condotte a medio e lungo termine, oltre l’80% degli scenari analizzati prevede un incremento delle temperature globali pari o superiore ai due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, evidenziando impatti potenzialmente severi sulla stabilità tecnica e tariffaria dei portafogli danni. Al contrario, i rischi di transizione vengono giudicati generalmente contenuti e gestibili, evidenziando variazioni sui valori di mercato degli attivi prevalentemente inferiori al 2%. Il rapporto descrive, in particolare, l’esposizione del settore assicurativo al rischio climatico in una prospettiva di stabilità finanziaria, evidenziando il contributo delle assicurazioni alle misure di adattamento alla crisi climatica per ridurre il divario tra perdite economiche e coperture assicurative. Ma anche la funzione del settore nelle politiche di decarbonizzazione.

Per mitigare tali vulnerabilità, i grandi gruppi assicurativi stanno rimodulando le proprie strategie commerciali attraverso la revisione delle tariffe basata sulla vulnerabilità specifica del territorio, l’inasprimento dei criteri di selezione delle coperture e il potenziamento dei trattati di riassicurazione per la gestione dei sinistri di massa.

Composizione del portafoglio investimenti e percorso di decarbonizzazione

Altra colonna portante dell’indagine riguarda il ruolo del settore come investitore istituzionale, con un patrimonio complessivo analizzato che sfiora i 995 miliardi di euro. La struttura del portafoglio vede una netta prevalenza dei titoli obbligazionari governativi e corporate, che rappresentano oltre il 61% degli attivi totali, seguiti dalle partecipazioni azionarie al 16%. Più dell’82% delle compagnie applica politiche di investimento sostenibile, concentrandosi principalmente su criteri di esclusione da settori controversi e sull’utilizzo di valutazioni fornite da rating agency specializzate.

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In linea con la tassonomia dell’Unione Europea, gli investimenti in titoli privati ritenuti ammissibili sono stimati tra 54 e 59 miliardi di euro, mentre la quota di attivi rigorosamente allineati ai criteri tecnici ambientali varia tra 13 e 21 miliardi di euro a seconda che si adotti la metrica del fatturato o quella degli investimenti in conto capitale. La misurazione dell’impronta carbonica dell’industria rivela un’intensità media di emissioni dirette pari a 60 tonnellate di anidride carbonica equivalente per ogni milione di euro investito in titoli non governativi, mentre le emissioni indirette lungo la catena del valore raggiungono valori medi pari a 440 tonnellate.

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Nonostante questi passi avanti nell’analisi dei dati finanziari, resta ancora ridotta la diffusione dei piani formali di transizione ecologica: soltanto quattro grandi gruppi dichiarano di aver già varato un piano strutturato, mentre 18 imprese ne stanno completando la stesura, frenate dalle persistenti difficoltà di reperimento e omogeneità dei dati sulle emissioni della clientela.

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