L’obiettivo primario stabilito dall’Accordo di Parigi per contenere la crisi del clima entro la soglia critico-funzionale di 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali non potrà essere garantito in modo lineare nei prossimi anni. L’azione globale mirata all’abbattimento dei gas a effetto serra non ha mantenuto il passo necessario, rendendo ormai inevitabile il temporaneo sforamento di questo limite planetario. Il cruciale rapporto scientifico intitolato Limiting Overshoot: Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return, pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), documenta in modo dettagliato come la traiettoria climatica sia ormai indirizzata verso una fase di superamento o overshoot.

Questo quadro non deve in alcun modo essere interpretato come un segnale di resa o un’accettazione passiva dei rischi, ma rappresenta il fondamento per una ridefinizione sistemica delle strategie internazionali. La sfida conoscitiva e politica si è irrimediabilmente spostata dalla pura prevenzione dello sforamento alla gestione complessa di una traiettoria articolata in superamento, raggiungimento del picco e successivo declino termico, tenendo conto che ogni ulteriore frazione di grado evitata permetterà di salvare vite umane, proteggere ecosistemi fragili e contenere perdite economiche altrimenti devastanti.
L’inevitabilità dello sforamento e il bilancio di carbonio
La traiettoria delle emissioni antropiche mostra che la temperatura media globale calcolata su base pluridecennale supererà la soglia di 1,5 gradi nei prossimi anni. Il riscaldamento del clima causato dalle attività umane si attesta attualmente a circa 1,4 gradi al di sopra dei livelli preindustriali, con un ritmo di incremento osservato pari a circa 0,25 gradi per ogni decennio. Estrapolando le tendenze correnti, la soglia critica verrà varcata prima della fine del decennio in corso. Le previsioni decennali dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale evidenziano una probabilità pari al 75% che la media quinquennale delle temperature globali tra il 2026 e il 2030 superi i 1,5 gradi.
Il bilancio di carbonio residuo, ovvero la quantità totale di anidride carbonica che l’umanità può ancora immettere nell’atmosfera mantenendo una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1,5 gradi, è stimato in soli 130 miliardi di tonnellate a partire dal 2026. Considerato che le emissioni annue derivanti dai combustibili fossili e dall’industria si mantengono su livelli record pari a circa 40 miliardi di tonnellate all’anno, il margine temporale residuo prima dell’esaurimento completo del budget di carbonio si azzera in circa tre anni. Ogni ulteriore ritardo di cinque anni nell’intraprendere tagli drastici aggiunge all’incirca 0,1 gradi al picco massimo di riscaldamento globale raggiungibile.
Clima: gli impatti devastanti di un Pianeta oltre i 1,5 gradi
Il superamento della soglia dei 1,5 gradi introduce l’umanità in un regime climatico caratterizzato da impatti severi, spesso non lineari e irreversibili. Non esistono scenari privi di gravi conseguenze al di sopra di questo livello termico. Tra il 2023 e il 2025 oltre l’80% delle barriere coralline tropicali ha subito processi di degrado di massa documentati in almeno 83 Paesi e territori.
La criosfera mostra segnali di marcato cedimento: oltre il 40% della perdita complessiva di massa dei ghiacciai registrata dagli anni Settanta si è verificato nell’ultimo decennio, con una contrazione del 6% avvenuta nel solo anno 2023. I modelli stimano che i ghiacciai mondiali potrebbero perdere oltre un quarto della loro massa complessiva entro il 2100, contribuendo in modo diretto a un innalzamento del livello del mare compreso tra 9 e 12,5 centimetri e alterando in maniera permanente la disponibilità idrica per intere regioni continentali.
Gli eventi meteorologici estremi si intensificheranno drasticamente: tra il maggio del 2024 e il maggio del 2025 circa metà della popolazione mondiale è stata esposta ad almeno trenta giorni di calore estremo, portando a un triplicamento della mortalità legata alle ondate di calore estive in Europa.
Minacce per sicurezza alimentare, città e mercati finanziari
Le conseguenze dello sforamento si ripercuoteranno con forza sui sistemi socioeconomici globali, colpendo in modo sproporzionato i Piccoli Stati Insulari in Via di Sviluppo e le comunità costiere a bassa quota, alcune delle quali rischiano la sommersione parziale o totale. Le proiezioni scientifiche indicano un potenziale calo fino al 14% nella produzione alimentare globale entro il 2050 in assenza di interventi di adattamento tempestivi ed efficaci.
L’innalzamento delle temperature oceaniche, congiuntamente alla deossigenazione e all’acidificazione delle acque, ridurrà la produttività ittica compromettendo i mezzi di sussistenza di milioni di persone. Le infrastrutture urbane dovranno affrontare sollecitazioni crescenti dovute a inondazioni frequenti e stress termici protratti.
Inoltre, l’aumento della domanda energetica per il raffreddamento, i costi di consumo al rialzo e le pressioni sul settore assicurativo e finanziario metteranno a dura prova la stabilità economica di tutte le nazioni, amplificando le disuguaglianze sociali ed economiche preesistenti.
I punti di non ritorno e l’illusione di un ripristino immediato
Un aspetto centrale evidenziato dal rapporto riguarda il rischio di varcare i cosiddetti punti di svolta o tipping point del sistema Terra, soglie critiche oltre le quali determinati elementi riorganizzano il proprio stato in modo rapido e irreversibile. L’esposizione prolungata a temperature superiori a 1,5 gradi incrementa la probabilità di un collasso delle calotte glaciali dell’Antartide Occidentale e della Groenlandia, della degradazione irreversibile della foresta amazzonica e del rallentamento della Circolazione Meridionale di Capovolgimento dell’Atlantico, nota come Amoc.
Una volta innescati, questi processi proseguiranno per secoli o millenni indipendentemente dai successivi cali di temperatura del clima. L’innalzamento del livello del mare proseguirà per secoli a causa dell’inerzia termica degli oceani. Tuttavia, invertire la rotta termica globale permetterà di contenere questo fenomeno, riducendo l’innalzamento del livello marino fino a mezzo metro entro l’anno 2300 rispetto a scenari di stabilizzazione a temperature più elevate.
Le tre fasi della risposta strategica e il ruolo della rimozione della CO2
Per navigare la traiettoria di superamento, picco e declino, il rapporto Unep articola l’azione globale su tre fasi di risposta interconnesse. La prima fase, di risposta immediata, richiede il taglio drastico delle emissioni di metano e altri inquinanti a vita breve per rallentare rapidamente il tasso di riscaldamento, oltre a misure urgenti per proteggere le popolazioni più vulnerabili. La seconda fase, di contenimento e gestione, mira a raggiungere le emissioni nette pari a zero per fermare l’aumento della temperatura globale, rafforzando nel contempo la resilienza sociale. La terza fase, focalizzata sulla resilienza a lungo termine, prevede il raggiungimento di emissioni nette negative sostenute di anidride carbonica per invertire la temperatura.
L’Ingegneria di Rimozione dell’Anidride Carbonica (Cdr) risulterà indispensabile, ma presenta precisi limiti fisici ed ecologici. Per abbassare la temperatura globale di appena 0,1 gradi Celsius servono circa 220 miliardi di tonnellate di emissioni nette negative di anidride carbonica. Anche nell’ipotesi ottimistica di rimuovere 10 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, la temperatura scenderebbe di appena 0,05 gradi per decennio. Ne consegue che per riassorbire il riscaldamento accumulato in un solo decennio ai ritmi attuali saranno necessari circa cinquant’anni di sforzi continuativi di rimozione del carbonio.
Unep: giustizia climatica e governance per un futuro sostenibile
L’implementazione delle strategie di mitigazione e adattamento deve mettere al centro i principi fondamentali dell’equità, della giustizia sociale e delle responsabilità differenziate. Le nazioni che hanno contribuito maggiormente in termini storici alle emissioni climalteranti devono agire con maggiore celerità e mettere a disposizione risorse finanziarie e tecnologiche a beneficio dei Paesi in via di sviluppo.
Il rapporto sottolinea che l’adattamento non può più limitarsi a piccoli aggiustamenti incrementali, ma deve trasformarsi in un processo sistemico e dinamico capace di ridefinire le infrastrutture, i mercati del lavoro e i modelli di insediamento. L’efficacia della risposta globale dipenderà dalla capacità delle istituzioni internazionali di rafforzare il multilateralismo e garantire una governance inclusiva che mantenga viva la possibilità di riportare le temperature al di sotto della soglia di sicurezza, tutelando i diritti delle generazioni presenti e future.
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