Circolarità, telefoni ricondizionati antidoto ai rincari tech

Studio svela l'impatto economico e ambientale dei dispositivi

In un contesto economico profondamente segnato dal costante aumento dei prezzi dei dispositivi elettronici, la circolarità si trasforma nella più potente leva di risparmio per il bilancio delle famiglie italiane. A dare la maggiore evidenza a questa svolta è lo studio scientifico condotto dall’Istituto di Ricerca Fraunhofer Austria per conto di refurbed, il marketplace leader in Europa per i prodotti ricondizionati. L’indagine giunge in un momento cruciale, proprio alla vigilia del recepimento nazionale della direttiva europea sul Diritto alla Riparazione, una normativa nata per rivoluzionare le regole del mercato promuovendo la trasparenza e la longevità dei prodotti.

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Foto di Jonas Leupe su Unsplash.

I dati emersi sono dirompenti: l’adozione di modelli di consumo circolari è in grado di tagliare i costi complessivi legati alla tecnologia in una forbice che va dal 25% fino al 76%, offrendo al contempo una drastica riduzione dello spreco di materie prime critiche.

La gestione del ciclo di vita ribalta i costi

Quando si valuta l’impatto di uno smartphone, l’errore comune è pensare che i fattori decisivi siano unicamente il prezzo d’acquisto o la modalità di smaltimento finale. La ricerca scardina completamente questo approccio, dimostrando che il modo in cui i prodotti vengono gestiti e inseriti nei diversi modelli di utilizzo ha l’influenza più alta sia sui costi diretti e indiretti, sia sulle emissioni di gas serra. Mantenere a lungo in circolazione un telefono genera appena un quarto dei costi rispetto a un sistema lineare usa-e-getta. Un consumatore, infatti, può ridurre la propria spesa in smartphone di circa il 25% semplicemente adottando un approccio più consapevole, sfruttando l’allungamento della vita utile del dispositivo e i programmi di permuta.

Per mappare queste dinamiche in modo rigoroso, l’istituto ha analizzato il ciclo di vita di sei anni di uno smartphone medio, con un valore iniziale sul nuovo di 575 euro, mettendo a confronto tre diversi scenari di fruizione. Nel primo scenario, che rappresenta il modello lineare compulsivo dell’usa e getta, lo smartphone viene sostituito ogni anno con un modello nuovo. I vecchi dispositivi si accumulano in casa per poi finire spesso nel circuito del riciclaggio illegale nel Sud del mondo.

Questo comportamento genera un costo totale in sei anni di 3.834 euro, di cui 3.450 euro per gli acquisti e 384 euro di costi ambientali, traducendosi in circa 639 euro all’anno. Si tratta di una spesa quattro volte superiore rispetto al modello di circolarità, con un impatto ambientale spaventoso: un singolo utente produce 684 chilogrammi di anidride carbonica e consuma ben 346 grammi di terre rare e metalli.

Il comportamento medio degli italiani e la circolarità

Il secondo scenario rispecchia l’utilizzo tipico dello smartphone in Italia. In questo caso, il telefono viene utilizzato per tre anni e poi dimenticato in un cassetto, bloccando così risorse preziose prima di finire nei comuni rifiuti domestici. In sei anni la spesa complessiva è di 1.294 euro, circa 215 euro all’anno, ripartiti tra 1.150 euro di acquisto e 144 euro di costi ambientali. Rispetto al modello circolare, anche questo ciclo di vita medio comporta costi superiori di quasi il 35%, il doppio delle emissioni di anidride carbonica e quasi il triplo dello spreco di risorse rare.

La vera svolta è rappresentata dal terzo scenario, ossia il modello circolare basato sulla scelta del ricondizionato. Lo smartphone viene acquistato una volta, utilizzato per circa tre anni e poi reimmesso sul mercato tramite un programma di permuta. A quel punto viene rigenerato professionalmente per servire un nuovo proprietario per altri tre anni, venendo infine riciclato in modo corretto e professionale.

Questo circolo virtuoso abbatte il costo totale nei sei anni a 959 euro, circa 160 euro all’anno, composti da 876 euro di acquisto e appena 83 euro di costi ambientali indiretti derivanti dalle emissioni. L’impatto ecologico si contrae drasticamente a soli 83 chilogrammi di anidride carbonica e appena 38 grammi di materie prime critiche come cobalto, rame, magnesio e palladio.

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