L’acqua non è solo una risorsa economica, ma il pilastro degli ecosistemi e della regolazione del clima. In questo scenario, il nuovo rapporto Ispra sullo Stato delle acque in Italia scatta una fotografia complessa e rigorosa della nostra ricchezza idrica, analizzando i progressi e le criticità emerse durante il terzo ciclo di attuazione della Direttiva Quadro Acque (Dqa). Il documento, frutto della collaborazione tra l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (Snpa), evidenzia come la gestione integrata a scala di bacino idrografico sia ormai l’unica via per fronteggiare pressioni antropiche sempre più invasive e gli effetti di cambiamenti climatici che alternano siccità prolungate a eccessi di prelievo.

Lo stato di salute delle acque superficiali
La rete idrica superficiale italiana, composta da 7.763 corpi idrici, presenta un quadro di generale resistenza, ma con ampie aree di sofferenza. Attualmente, il 43,6% di questi ha raggiunto un potenziale o uno stato ecologico definito come buono o superiore. I fiumi, che per numerosità rappresentano il cuore del sistema, mostrano una percentuale di stato buono (38,8%) molto vicina alla media nazionale.
Al contrario, le acque costiere si confermano le più protette, con il 55% dei corpi idrici in stato buono e l’11% in stato elevato, senza registrare casi di qualità scarsa o cattiva. Notevoli passi avanti sono stati fatti sul fronte della conoscenza: i corpi idrici in stato sconosciuto sono scesi dal 17% del precedente ciclo al 10% attuale, segno di una rete di monitoraggio più capillare guidata dai macroinvertebrati bentonici per i fiumi e dal fitoplancton per i laghi.
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Il nodo dell’inquinamento chimico e le sostanze invisibili
Se l’ecologia tiene, la chimica preoccupa. Il 75,1% dei corpi idrici superficiali gode di un buono stato chimico, ma il restante quarto della rete fallisce gli obiettivi a causa di sostanze spesso persistenti. In cima alla lista dei responsabili troviamo il mercurio, il benzo(a)pirene, il piombo, il nichel e i derivati del Pfos. Un fenomeno particolarmente allarmante è la presenza diffusa delle sostanze PBTu (Persistenti, Bioaccumulabili e Tossiche), inquinanti ubiquitari che rendono difficile il recupero della qualità ambientale. Le acque di transizione, come lagune e delta, sono le più colpite: ben il 67% di esse non raggiunge il buono stato chimico, segnalando un accumulo di inquinanti proprio nei punti di incontro tra terra e mare.
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Acque sotterranee: l’emergenza del bilancio idrico e la salinità
Sotto i nostri piedi, la situazione delle falde sotterranee richiede un’attenzione specifica, specialmente per quanto riguarda la disponibilità quantitativa. Sebbene il 79% dei 1.007 corpi idrici sotterranei sia in stato quantitativo buono, emergono criticità regionali profonde. Il distretto dell’Appennino Meridionale soffre maggiormente, con il 42% delle falde in stato scarso.
La causa principale è la rottura del water balance: si estrae più acqua di quanta la pioggia riesca a ricaricare, intaccando riserve non rinnovabili. Sul piano chimico, il 70% delle acque sotterranee è in stato buono, ma i nitrati – legati principalmente alle attività agricole – e l’intrusione salina nelle aree costiere rimangono i nemici principali della purezza delle fonti.
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Acqua in Italia, pressioni antropiche e la sfida degli obiettivi 2027
L’azione dell’uomo continua a pesare in modo determinante: l’agricoltura, con l’inquinamento diffuso, e gli scarichi urbani restano le pressioni più rilevanti, rispettivamente per le acque di transizione e per quelle costiere. Per i fiumi, invece, le alterazioni idromorfologiche – come dighe e deviazioni – rappresentano un ostacolo critico alla naturalità dei corsi.
L’Italia punta a portare l’85% dei corpi idrici superficiali in buono stato chimico entro il 2027, ma per riuscirci dovrà applicare con vigore il principio chi inquina paga e le misure di mitigazione previste dai Piani di Gestione. La transizione verso una gestione sostenibile non è più solo un obbligo normativo europeo, ma una necessità per garantire la sopravvivenza socio-economica del Paese di fronte alla crisi climatica.
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