Secondo lo Stockholm International Water Institute nel 2030 circa il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di disponibilità idrica. Le previsioni, inoltre, dicono che per quell’anno il Pianeta, a causa dei cambiamenti climatici, potrebbe essere per il 71% della sua superficie coperto di acqua.

Mettendo a sistema questi due dati, una soluzione potrebbe essere rappresentata dalla dissalazione dell’acqua di mare, previa però la condizione che gli impianti e i processi rispettino l’ambiente e l’ecosistema naturale. In questo senso durante il convegno “L’emergenza idrica e la dissalazione dell’acqua marina: impatti e normativa”, organizzato sabato 17 a Napoli da Idroambiente in occasione della convention dell’associazione Marevivo, è stata evidenziata la necessità di standard nazionali e internazionali e di analisi di impatto ambientale.

Regolamenti e analisi di impatto ambientale di impianti e processi

Il caso “L’impatto ambientale dello scarico del dissalatore di Lipari nel corpo idrico recettore” illustrato dal Professore di Igiene generale e applicata del dipartimento di Biologia dell’Università Federico II di Napoli, Francesco Aliberti, ha visto un’indagine chimico-fisica, chimica, biologica e microbiologica di campioni prelevati allo scarico o nelle immediate vicinanze, rilevando un’alterazione dell’ecosistema. In alcune aree è stata rilevata un’abbondante concentrazione salina, a livelli tossici per esempio per la Posidonia marina, organismo molto importante per l’analisi della stabilità dell’ambiente acquatico. “Le normative sono carenti, mancano utili ed efficaci misure di controllo, contrasti e gestione – ha spiegato Aliberti – Il decreto legislativo 152/2006 consente incrementi senza limiti della salinità marina, laddove è disposto che, per lo scarico di cloruri, questi ‘non valgono per le acque di mare'”. Inoltre, ha aggiunto, “non esistono neanche delle linee guida per il monitoraggio degli impatti ambientali provocati dagli scarichi reflui, né viene regolamentato l’uso di sostanze chimiche di processo, soprattutto riguardo la loro tossicità”.

Gli impianti di potabilizzazione dell’acqua di mare, ha aggiunto l’ingegner Sergio Colagrossi, “sono diffusi in tutta l’area del Mediterraneo. La contemporanea maggiore domanda prevista di acqua potabile e scarsità di risorse indurrà nel prossimo futuro ad adottare sempre più impianti di desalinizzazione”. Tuttavia ci sono delle criticità che possono emergere, ha precisato, “sia per gli impatti che gli impianti dissalatori hanno sull’ambiente sia, al contrario, su alcune variabili che l’ambiente può introdurre negli impianti come ad esempio la presenza di alghe che possono rilasciare sostanze tossiche che hanno dimostrato di poter permanere nell’acqua potabile prodotta dagli impianti ad osmosi inversa”, ha concluso Colagrossi.

Innovazione e smaltimento

Bisogna investire sin da subito sull’innovazione dei sistemi di dissalazione per renderli meno impattanti e prevedere delle normative efficaci per prevenire i rischi”, ha commentato la Presidente di Marevivo Rosalba Giugni. “Ci auguriamo, dunque, che questo vuoto normativo venga al più presto colmato”. La Presidente ha infine ricordato che “in base alla convenzione di Barcellona, vista la tossicità di alcune sostanze necessarie al processo di dissalazione, gli Stati devono regolamentare il corretto uso e smaltimento di tali composti”.

Un filtro in grafene per rendere l’acqua potabile

Un team di ricercatori australiani ha dimostrato l’efficacia di un’innovativa forma di grafene in grado di purificare l’acqua. Si tratta di Graphair, una soluzione che – come si legge su phys.org – è in grado di ottenere acqua potabile attraverso un solo passaggio del liquido nel filtro. Ma come funziona questo filtro hi-tech? Il concept consiste nell’incorporare nano-canali microscopici al film sottile, micro-strutture che lasciano passare l’acqua, ma allo stesso tempo sono in grado di bloccare le sostanza inquinanti. La forma che questi dispositivi potrebbero avere è quella di lastre di biofilm che galleggiano su acqua sporca o salata, assorbendo e purificando l’acqua e impedendo il passaggio delle molecole più grandi, ovvero quelle inquinanti, in modo selettivo.

C’è poi un altro elemento che rende questa soluzione ecosostenibile. Se il grafene di solito viene prodotto sfruttando un processo di deposizione chimica da fase di vapore ad alta intensità energetica su substrati metallici, in questo caso particolare, invece, si utilizza olio di soia, un materiale economico e rinnovabile.

Entro il 2050 una città su due potrebbe essere senz’acqua

Una soluzione importante se si pensa che più di una città su due entro il 2050 potrebbe avere problemi in termini di approvvigionamento idrico. E’ quanto emerge da uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori tedeschi che ha evidenziato come la domanda di acqua sia quadruplicata a livello globale negli ultimi 60 anni a causa dell’aumento della popolazione. Un fenomeno che potrebbe far aumentare la richiesta di acqua dell’ 80% entro il 2050. In questa situazione secondo i ricercatori dell’Università di Kassel un numero sempre maggiore di persone subirà gli effetti di una riduzione della risorsa idrica. in particolare se oggi il fenomeno riguarda il 50% della popolazione, entro il 2050 si arriverà al 66%.

 

 

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