Il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo alla parte tariffaria del controverso accordo commerciale con gli Stati Uniti, originariamente siglato nell’agosto del 2025 dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente USA Donald Trump. Noto come “Turnberry Deal”, l’accordo prevede l’azzeramento totale dei dazi doganali da parte dell’UE sui prodotti statunitensi, in cambio di un tetto massimo del 15% sulle tariffe applicate da Washington alle merci europee.
La vera chiave di volta del trattato, tuttavia, risiede nell’energia. Per sbloccare lo stallo commerciale, l’Unione Europea si è impegnata a importare dagli Stati Uniti combustibili fossili (principalmente petrolio e gas liquefatto) ed energia nucleare per un valore complessivo di 750 miliardi di dollari entro la fine del 2028. Una mossa che, nei fatti, raddoppierà la spesa annuale europea per l’energia d’oltreoceano.
Immediata e durissima la reazione di Greenpeace, che accusa le istituzioni comunitarie di essersi piegate a una strategia basata sulla coercizione e sul ricatto economico.
Greenpeace UE: «Una capitolazione di fronte ai ricatti di Trump»
Il voto di oggi 16 giugno segna un punto di svolta politico drammatico. Il Parlamento europeo, storicamente critico verso la politica dell’amministrazione Trump, ha scelto la via del compromesso per evitare una guerra commerciale totale.
«Questo voto equivale a una capitolazione di fronte alle tattiche intimidatorie di Trump, dimostrando che l’intimidazione funziona», ha dichiarato Eva Corral, campaigner di Greenpeace UE. «Le ripetute crisi energetiche dell’Europa derivano da un’eccessiva dipendenza dai combustibili fossili, quindi sostituire un fornitore inaffidabile con un altro fornitore inaffidabile non fa che aggravare il problema».
Il percorso del trattato è stato caratterizzato da forti tensioni geopolitiche. Nel gennaio 2026, i negoziatori del Parlamento europeo avevano temporaneamente congelato i colloqui dopo la minaccia di Trump di invadere la Groenlandia, nel tentativo di inserire clausole di salvaguardia comunitarie che, denuncia l’associazione ambientalista, sono state fortemente indebolite nel testo finale.
Il nodo della dipendenza: verso l’80% di gas statunitense
L’accordo stringe ulteriormente il legame di dipendenza energetica tra le due sponde dell’Atlantico. Gli Stati Uniti, che già nel 2025 coprivano il 27% delle importazioni di gas dell’UE, si apprestano a diventare il partner dominante.
Secondo le proiezioni dell’Institute of Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), nel 2026 gli USA forniranno ben i due terzi (circa il 66%) del gas naturale liquefatto (GNL) europeo, con una quota destinata a salire all’80% entro il 2028-2029.
| Anno | Quota USA su importazioni GNL in UE |
| 2025 | 27% (sul totale gas importato) |
| 2026 (Stime) | ~66% (due terzi del GNL) |
| 2028-2029 (Proiezioni) | 80% del GNL |
Gli esperti del settore hanno definito l’impegno di acquisto “una fantasia” incompatibile con gli obiettivi di decarbonizzazione a lungo termine dell’UE. Inoltre, Greenpeace avverte che l’esposizione ai mercati fossili statunitensi continuerà a esporre le famiglie europee a forti shock sui prezzi e sull’alto costo della vita, amplificati anche dal concomitante conflitto tra Stati Uniti e Iran.
L’impatto sul Made in Italy e il clima
In Italia, la decisione ha sollevato forti polemiche sul ruolo dei grandi player energetici nazionali.
«Questa scelta avvantaggia, per l’ennesima volta, le grandi aziende del petrolio e del gas come l’italiana Eni, che ha firmato solo un anno fa un accordo ventennale di acquisto di GNL dagli Stati Uniti», attacca Simona Abbate, campaigner Clima ed Energia di Greenpeace Italia. «Una decisione in netto contrasto con le raccomandazioni degli stessi consulenti scientifici dell’Unione europea, che indicano nella rapida diffusione delle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica la strada maestra per ridurre le emissioni climalteranti».
L’associazione sottolinea inoltre il paradosso di un’Europa che si professa paladina dei diritti umani e del clima, ma si lega commercialmente a un’amministrazione che ha recentemente abbandonato la Convenzione ONU sul Cambiamento Climatico e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il rischio concreto è che Washington utilizzi la leva del gas per spingere l’UE ad ammorbidire le proprie normative ambientali, a partire dal regolamento sulle emissioni di metano.
Con quasi 9 cittadini europei su 10 che chiedono ai governi azioni più incisive su rinnovabili ed efficienza energetica — le quali, solo nel 2025, hanno fatto risparmiare all’UE 51 miliardi di euro in importazioni fossili —, il “Turnberry Deal” si preannuncia come uno dei terreni di scontro politico più infuocati dei prossimi anni.
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