Meno sussidi emergenziali e più visione strategica: la ricetta di Enerpolicy per ridurre la vulnerabilità del Paese

FIRE: Ridurre i consumi significa abbassare costi, rafforzare competitività, supportare le famiglie

Enerpolicy. Neologismo burocratico dal sapore ‘inospitale’. Suona un po’ come un romanzo di fantascienza degli anni ’70. E c’è una sottile ironia nell’intravedere in un termine tanto arido e anglofono un ponte, invece, verso un’altra iperbole linguistica: Ener-Polis. In senso greco. Polis non solo come entità fisica, ma come comunità organizzata che trova la sua ragion d’essere nella sostenibilità collettiva a lungo termine.

1779879361091

Tra i messaggi emersi dalla terza edizione della Conferenza Enerpolicy dedicata alle politiche di supporto per l’efficienza energetica, promossa dal FIRE il 27 maggio a Roma, si annoverano appunto la stabilità delle misure per rafforzare competitività, sicurezza energetica e sostenibilità del sistema produttivo italiano.

Come sottolineato nel corso dell’evento, l’efficienza energetica continua ad essere percepita come un adempimento normativo, piuttosto che come leva competitiva o, ancor più, come scudo sociale per rispondere agli shock economici esterni.

Un’indagine condotta da FIRE su 252 stakeholder del settore energetico accende i fari sulle barriere che frenano in Italia l’energy management, la gestione efficiente dei consumi tra risparmio e sostenibilità. Il vero nodo non è tecnologico, ma di visione: per un terzo degli intervistati (30%), gli energy manager faticano a incidere sulle decisioni strategiche aziendali, un isolamento decisionale aggravato dalla carenza di risorse che colpisce PMI e pubblica amministrazione (20%). A bloccare gli investimenti a lungo termine è poi l’incertezza normativa (15%), che impedisce una programmazione finanziaria sostenibile.

L’intervista

A margine dei lavori, Canale Energia ha raggiunto il direttore del FIRE Dario di Santo.

Il convegno Enerpolicy si è collocato in un momento di ridefinizione di incentivi e target. L’Europa alza l’asticella sugli obiettivi di risparmio energetico. L’Italia aggiorna le norme su Certificati Bianchi e Transizione 5.0. Le aziende affrontano incertezza e le famiglie il caro energia. A suo avviso, qual è il messaggio principale scaturito dall’incontro?

IMG 20260528 WA0001
Dario Di Santo, direttore FIRE

Dall’indagine che abbiamo svolto nell’ultimo mese – e che abbiamo presentato al convegno – emergono due dimensioni. La prima è il ruolo dell’Energy Manager e la propensione delle aziende a investire in efficienza energetica e fonti rinnovabili.

Il 30% delle risposte – e sono tante – ha indicato che spesso abbiamo soggetti che sanno cosa fare e fanno proposte, ma che poi queste proposte non arrivano a compimento. Non tanto per barriere tecnico-economiche, piuttosto perché non c’è una reale volontà derivante da una visione chiara sull’importanza del tema energia. Non si è ancora capito che l’efficienza energetica deve essere politica industriale, non un’azione da svolgere nei ritagli di tempo, per ridurre un po’ la bolletta. Solo nel primo caso l’energia può essere una leva reale per il business e la competitività. I leader di mercato tendenzialmente lo fanno già. Molte imprese minori ancora no.

Questa è la prima dimensione, legata alla parte privatistica. Poi abbiamo l’altra questione, legata invece ai temi politici. C’è la consapevolezza che non si stia facendo quello che si potrebbe. Tanto più in un momento di crisi, con una dipendenza dall’estero del 75% e in un contesto di prezzi elevati.

Tre cose vengono richieste dalle parti interessate. La prima è che l’efficienza deve essere un tema strategico.  La seconda è che le politiche devono avere un orizzonte temporale che consenta di mettere in piedi piani d’investimento. Perché se continuiamo a creare politiche mordi e fuggi è ovvio che le imprese non fanno neanche in tempo a pensarli, gli investimenti. La terza è il recepimento delle direttive su efficienza energetica e case green.

Per investire e creare competitività serve chiarezza di orizzonti. La politica deve capire questo. Invece, finisce per fare solo le cose comprensibili agli elettori, come lo sconto sulle accise. Cose che hanno un enorme difetto: non risolvono un problema strutturale, anzi lo alimentano.

Il Piano Transizione 5.0 punta a unire digitalizzazione ed efficienza energetica nei processi industriali. Lei prima ha detto che non c’è una reale chiarezza di visione strategica in questo senso. Quali soluzioni esistono per superare l’impasse?

In primis i sistemi di gestione dell’energia.  La diagnosi energetica è uno strumento molto utile per le PMI. Ma per le realtà più grandi diventa fondamentale, tra l’altro è un obbligo per le imprese sopra una certa soglia di consumi con la nuova direttiva sull’efficienza energetica. Perché questo sistema porta a una gestione energetica in ottica di miglioramento continuo. Nel tempo, se ben attuata, riesce anche a far capire come l’energia sia una reale leva di business. Chiaramente ha un costo, che però si ripaga da solo, perché fa risparmiare energia. Tutte le evidenze dimostrano che è così.

Questo è l’elemento emerso dalle aziende. Il secondo è invece emerso dagli stessi Energy Manager: l’importanza del dato. Avere in piedi sistemi di monitoraggio che consentano di capire cosa accade nei processi industriali e negli edifici. Senza questa conoscenza, è difficile fare previsioni, dimostrare di aver raggiunto obiettivi, capire cosa si può fare.  A dispetto delle lamentele sugli incentivi, molti soggetti richiedono proprio strumenti come i Certificati Bianchi, in cui i risultati possono essere misurati. E aggiungerei a questo un ultimo punto. Oggi noi abbiamo enormi sprechi di energia in tutti i settori. Salvo forse gli energivori. Perché? Gli impianti sono regolati male e ci sono inefficienze. In assenza di sistemi di automazione, si continua a sprecare energia. Secondo l’Eurostat, l’Italia è in coda ai paesi europei in fatto di digitalizzazione, ancor peggio per l’utilizzo dell’AI.  Abbiamo un’enorme domanda di nuovi data center. Ma che ce ne facciamo se poi non usiamo l’AI, per esempio nei sistemi di monitoraggio? Ce li mettiamo a casa per mettere in crisi il sistema energetico e poi vendere il servizio informatico all’estero? Se li facciamo, la speranza è che almeno ne possa uscire un buon utilizzo. Perché questa crescita? E come la regolamentiamo per renderli davvero efficienti, minimizzando l’uso dell’acqua? Sono questioni che la politica deve affrontare.

Con il definitivo tramonto dei super-incentivi edilizi e i nuovi vincoli della Direttiva EPBD, quali meccanismi di finanza innovativa o modelli contrattuali state studiando per mantenere appetibile l’efficienza energetica?

È vero che interviene sugli edifici, soprattutto in caso di ristrutturazioni importanti. Però bisogna anche considerare che il costo reale dell’efficientamento non coincide con l’intera spesa, ma rappresenta solo la frazione legata alla componente energetica. Detto questo, ci sono barriere economiche e finanziarie.  Se ad esempio bisogna spendere €25.000 per una riqualificazione energetica, la parte economica è che i €25.000 sono tanti. Se l’incentivo prima mi dava il 65%, parliamo del super bonus, e ora me ne dà meno del 50%, a seconda dei casi, è ovvio che la barriera economica diventa decisamente più rilevante.  Però rimane il fatto che io, comunque, i €25.000 li devo mettere sul piatto. Questi soldi li devo avere, oppure devo chiedere un prestito. È la barriera finanziaria.

Questo già ci dice quello di cui avremmo bisogno. Primo, rialzare le aliquote dell’ecobonus. Noi avevamo fatto una proposta prima della discussione della Legge di Bilancio. Al momento, le aliquote fiscali per l’ecobonus e per il bonus ristrutturazioni sono equiparate. Il che non ha molto senso. Siccome il bonus ristrutturazioni pesa dieci volte tanto rispetto all’ecobonus, basterebbe ridurre leggermente l’aliquota del bonus ristrutturazioni per poter rialzare quella dell’ecobonus, senza creare un problema alle entrate dello Stato. Dare più vigore alla parte di riqualificazione energetica con un’aliquota fiscale alta che premi gli interventi virtuosi.

Senza questo passo, servirebbe un’altra misura. Oggi abbiamo il Conto Termico: può aiutare soprattutto le imprese del terziario, ma non copre il residenziale, se non per l’impiantistica. Senza detrazioni fiscali, questo può essere un limite. La parte finanziaria si può risolvere in due modi: a) rilanciando il Fondo Nazionale per l’efficienza energetica, che è uno degli incentivi più negletti. Questo aiuterebbe il mercato delle ESCo, del finanziamento tramite terzi e degli Energy Performance Contract; b) offrendo finanziamenti a tasso agevolato per la riqualificazione energetica profonda, l’ideale sarebbe equiparandoli ai mutui.  I tassi di interesse sui finanziamenti classici sono elevati, e quindi questa cosa frena molto le famiglie.

Ci sarebbero le possibilità, anche perché il Fondo Nazionale Efficienza Energetica riguarda soprattutto fondi di garanzia, che sono tendenzialmente rotativi, per cui una volta recuperato il finanziamento, i soldi tornano a disposizione per finanziare altri progetti.


Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita

Tutti i diritti riservati. E' vietata la diffusione
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.
Consulente e ricercatrice freelance in ambito energetico e ambientale, ha vissuto a lungo in Europa e lavorato sui mercati delle commodity energetiche. Si è occupata di campagne di advocacy sulle emissioni climalteranti dell'industria O&G. E' appassionata di questioni legate a energia, ambiente e sostenibilità.