Digital Energy: tra modelli operativi parcellizati, blockchain e big data

I dati del Digital Energy Report 2018 del Polimi. In Italia il 5% dei 353 progetti di gestione sostenibile dell’energia sfrutta soluzioni digital

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La digital energy rappresenta un “paradigma di riferimento” per il comparto energetico. Tuttavia al di là del “chiaro potenziale di applicazione” e della “pervasività” di queste tecnologie, “siamo ancora in una fase embrionale”. E’ quanto ha sottolineato il direttore scientifico dell’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano Vittorio Chiesa, che questa mattina a Milano ha aperto i lavori del convegno di presentazione della seconda edizione del Digital Energy Report redatto dal centro di ricerca dell’ateneo milanese. “L’impressione – ha spiegato Chiesa – è che le applicazioni di queste tecnologie siano in realtà un po’ circoscritte a singoli contesti come l’abitazione, la mobilità o la rete di infrastrutture e che non si riesca ancora a cogliere appieno il potenziale di queste soluzioni legato all’integrazione tra i diversi ambiti di cui si compone il settore”. In quest’ottica risulta fondamentale adottare modelli operativi sinergici, con cabine di regia aperte anche a Università e centri di ricerca. In questo modo sarebbe possibile promuovere questo comparto, che vede comunque un aumento degli investimenti, soprattutto da privati e imprese.

Solo il 5% dei progetti sfrutta tecnologie digitali

Dai dati dello studio emerge come nel nostro Paese solo il 5% dei circa 353 progetti inerenti alla gestione sostenibile dell’energia portate avanti nelle 15 città più smart del Paese (tra cui Milano, Bologna, Venezia, Firenze, Torino) sfrutti appieno tecnologie digitali. Anche sul fronte investimenti si potrebbe fare qualcosa di più: il dato relativo ai progetti di digital energy arriva infatti appena a 47 milioni di euro. Tra le maggiori criticità c’è la gestione dei progetti, che troppo spesso è affidata a cabine di regia ristrette e non abbastanza incentrate su modelli operativi improntati alla all’integrazione tra attori pubblici e privati.

I tre modelli di cabina di regia

Tre sono i modelli di cabina di regia individuati dallo studio. “Il primo modello – ha spiegato nel suo intervento Davide Chiaroni, vicedirettore dell’Energy & Strategy Group – vede l’ente pubblico collaborare direttamente con l’azienda privata. Il secondo prevede la collaborazione tra ente pubblico, azienda pubblica e azienda privata. Il terzo coinvolge, insieme agli altri tre soggetti, anche le università e i centri di ricerca. La sequenza prevede quindi un progressivo allargamento del numero di soggetti che fanno parte di questa regia”.  Nel complesso modello più diffuso nel nostro Paese, ha sottolineato Chiaroni, “è il primo e riguarda circa il 42% del totale delle città mappate. C’è quindi questo binomio tra Comune e azienda privata che tipicamente realizza parte delle attività legate alla trasformazione digitale della città”.

Tuttavia, se adottiamo una prospettiva legata all’emersione di un “modello di governance” da questi singoli progetti, lo studio mostra come un approccio di questo tipo non sia riscontrabile. “La maggior parte dei progetti risulta infatti project specific”, ovvero legata a un ambito specifico e priva di una modalità operativa trasversale.

Non c’è un modello di regia replicabile

Dall’analisi emerge, ha evidenziato Chiaroni, l’assenza di “un unico modello di cabina di regia replicabile ed efficace”. Nella maggior parte dei casi sono cabine di regia project specific, “che possono contare peraltro su una ridotta disponibilità di fondi”. In una situazione di questo tipo risulta quindi “assai difficile essere pervasivi e impattanti”.

La componente degli investimenti privati

Tuttavia bisogna sottolineare, ha spiegato il vicedirettore dell’Energy& Strategy Group, che questa situazione è frutto dell’analisi di “dati legati a progetti che hanno visto la città come punto di guida del progetto”. Se si guarda la componente degli investimenti privati (ad esempio in infrastrutture, smart building mobilità o generazione distribuita) emerge come “in quest’ultimo periodo il dato sia cresciuto in maniera significativa”.

Sembra quindi esserci uno scollamento tra la parte di investimento privato” e “la porzione di infrastruttura digitale presente nel mondo dell’energia promossa da progetti che hanno la città come punto di riferimento”, ha spiegato Chiaroni. In sostanza da una parte c’è un sostrato di investimento privato legato a progetti di digitalizzazione in diversi settori chiave, dall’altro una bassa diffusione di progetti espressamente incentrati sullo sviluppo digitale delle città. La “sfida principale” sarà quella di far dialogare questo due mondi.

Le tecnologie emergenti

La ricerca analizza inoltre il comparto della digital energy dal punto di vista tecnologico, individuando quelle che sono le soluzioni a maggior potenziale. Tra queste uno ruolo chiave è rivestito dalla Blockchain, e dal comparto big data e analytics. In particolare la blockachain potrebbe facilitare lo sviluppo di piattaforme decentralizzate per la vendita di commodity energetiche o automatizzare il processo di emissione dei certificati bianchi, mentre i big data potrebbero rappresentare uno strumento di primo piano nell’erogazione di servizi. 

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