Da una parte le performance estremamente positive della Scandinavia, dall’altra i risultati dei Paesi emergenti che mostrano ancora qualche difficoltà. Sono questi alcuni degli scenari, relativi alle performance finanziarie legate al comparto sosteniblità e agli indicatori ESG, che emergono dal Country Sustainability Ranking (CSR) di RobecoSAM. Un’indagine che ha analizzato 65 diversi Paesi, di cui 22 dei mercati sviluppati e 43 dei mercati emergenti.

La logica dello studio

La logica alla base della ricerca, come spiega una nota di RobecoSAM, è legata al fatto che l’analisi di sostenibilità di un Paese permetta di avere “un punto di vista  diverso sui fattori trainanti del cambiamento per un’economia” fornendo allo stesso tempo agli investitori informazioni sui punti di forza e di debolezza di un Paese per un’ampia selezione di indicatori ESG.  Il focus è in particolare sui fattori a medio-lungo termine “che hanno un impatto indiretto (o talvolta anche diretto) sulla capacità di un governo di mettere in atto politiche economiche ragionevoli e generare entrate sufficienti a garantire la capacità di fare fronte al debito”.

CSR e Rating

Tra le applicazioni più efficaci del CSR, spiega RobecoSAM, c’è la ricerca di informazioni che non siano coperte nel rating di credito standard di un Paese. Se un Paese si colloca più in alto nel CSR di quanto suggerirebbe il suo rating, ciò potrebbe rappresentare infatti un’opportunità di acquisto per quanto riguarda le sue obbligazioni sovrane. Nello specifico il CSR fornisce un punteggio ESG per i Paesi sulla base di 17 indicatori, che ottengono una ponderazione del 15% per i fattori ambientali, il 25% per i fattori sociali e il 60% per la governance.

Rilevanza dei parametri ESG per gli investitori

Negli ultimi anni vari eventi (dalla crisi del debito sovrano in Europa alla primavera araba e la crisi in Ucraina) hanno chiarito la rilevanza di questo tipo di informazioni per gli investitori,  sottolineano gli esperti di RobecoSAM in nota.  “Per esempio, gli indicatori della Banca Mondiale per la governance, incorporati nello strumento di valutazione CSR, hanno mostrato che i Paesi periferici dell’Europa meridionale, piuttosto spiacevolmente noti come PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), avevano strutture di governance molto più deboli rispetto ai loro omologhi nordeuropei. Questo ha portato a maggiori sofferenze durante la crisi rispetto alla Germania, e alcuni hanno richiesto il bailout della BCE. L’Irlanda ha iniziato a deteriorarsi prima rispetto ai rating del mercato dei capitali e il punteggio ESG pre-crisi della Spagna (6,19 a marzo 2007) era ben al di sotto di quello della Germania (7,34), anche se all’epoca godeva dello status di tripla AAA“.

Un cambio di rotta

Tuttavia gli scenari internazionali si caratterizzano per processi dinamici di evoluzione.  Alcuni Paesi modificano le loro performance in base ai risultati in ambito ESG. “La Grecia si è in larga misura ripresa dal piano di salvataggio originario, mentre ora è la Germania a fare i conti con disordini politici – sottolinea la nota – il paese è infatti scivolato in classifica nel novembre 2018 a causa dell’incertezza sulla stabilità del governo dopo che Angela Merkel aveva dichiarato che avrebbe lasciato la cancelleria in seguito alle elezioni, viste le difficoltà incontrate nel processo di costituzione di una coalizione. E il Lussemburgo è sceso in classifica a causa della bomba a orologeria di natura demografica legata al tema del pagamento delle pensioni. Al contrario, l’Indonesia è salita in classifica dopo aver alzato l’età pensionabile da 55 a 65 anni, come pure la Colombia in seguito all’ottenimento di un accordo di pace con il gruppo ribelle FARC”.

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