Riscaldamento a biomassa: il vicolo cieco dei vecchi generatori

In Italia 8,8 milioni di impianti, ma il 79% è obsoleto

In Italia il riscaldamento domestico a biomassa legnosa si trova davanti a un paradosso: le tecnologie per abbattere l’inquinamento esistono e sono efficienti, ma a bruciare sono ancora i vecchi impianti. Secondo i dati del Rapporto statistico AIEL 2025 (Associazione Italiana Energia dal Legno), nel nostro Paese sono installati circa 8,8 milioni di generatori a biomassa, quasi tutti dedicati all’uso residenziale e con potenze inferiori ai 35 kW.

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Il vero problema, tuttavia, non è il numero totale di camini e stufe, ma la loro carta d’identità tecnologica: ben il 79% del parco impianti è composto da apparecchi obsoleti (classificati a 2 stelle o non classificabili). Questa enorme fetta di dispositivi superati è responsabile da sola di oltre il 91% delle emissioni di particolato fine (PM10) dell’intero settore.

Al contrario, i generatori di ultima generazione (a 4 e 5 stelle), che oggi dominano il mercato e rappresentano il 12% del totale installato, dimostrano un impatto ambientale quasi nullo, contribuendo ad appena il 4% delle emissioni complessive.

«I dati mostrano con chiarezza che il problema dell’inquinamento non è determinato dal nuovo installato, ma dal parco impianti più datato ancora in esercizio», sottolinea Marco Bussone, presidente di AIEL. «Le tecnologie più recenti hanno livelli emissivi molto più bassi e prestazioni energetiche nettamente superiori. Per questo la priorità delle politiche pubbliche deve essere accelerare la sostituzione degli apparecchi obsoleti».

Il turnover tecnologico funziona (ma rischia di rallentare)

Che la rottamazione dei vecchi generatori sia la strada giusta lo dimostrano i fatti. Tra il 2017 e il 2024, la progressiva sostituzione degli impianti ha portato a una riduzione del 21% delle emissioni complessive di PM10 del settore. Un risultato importante, ottenuto a parità di impianti totali sul territorio, chScreenshot 2026 06 16 094610e conferma come la qualità della tecnologia sia l’unico vero fattore su cui fare leva.

Le proiezioni al 2030 indicano che, mantenendo l’attuale ritmo di rinnovo, si potrebbe ottenere un’ulteriore sforbiciata del 18% alle emissioni di particolato. AIEL tuttavia lancia un avvertimento: il trend non è scontato. Il biennio 2024-2025 ha registrato segnali di rallentamento nelle politiche e nel mercato che rischiano di frenare questo circolo virtuoso.

Le priorità: non serve stringere le regole sul nuovo, bisogna incentivare i cambi

Secondo l’Associazione, la strategia normativa adottata finora rischia di mancare il bersaglio. Inasprire ulteriormente i limiti emissivi per i nuovi impianti in commercio non serve a molto, poiché andrebbe a impattare su una quota minima e già virtuosa del mercato. La vera urgenza è intervenire sul parco esistente, spingendo la sostituzione dei sistemi a 2 e 3 stelle.

Per raggiungere questo obiettivo, il Rapporto AIEL individua quattro linee d’azione prioritarie per la politica e le amministrazioni locali:

  • Incentivi stabili: rafforzare e rendere strutturali i contributi economici per la sostituzione dei vecchi generatori.

  • Bandi regionali armonizzati: migliorare il coordinamento tra le diverse misure locali per evitare frammentazioni.

  • Controlli sul territorio: intensificare le verifiche sugli impianti non accatastati e quindi “invisibili” alle normative.

  • Informazione ai cittadini: avviare campagne di sensibilizzazione sull’uso corretto dei biocombustibili e sui vantaggi delle nuove tecnologie.

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«Il percorso di riduzione delle emissioni è già iniziato e sta producendo risultati concreti», conclude il presidente Bussone. «La sfida ora è trasformare il rinnovo tecnologico in una politica strutturale, accelerando la sostituzione degli impianti più obsoleti e valorizzando pienamente il contributo delle biomasse legnose alla transizione energetica».

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