In Italia sono presenti 4.907 impianti per una potenza efficiente lorda di 19,6 GW di generazione idroelettrico. L’86% delle concessioni di grandi derivazioni è già scaduto o scadrà entro il 2029. L’età media delle centrali idroelettriche è infatti superiore agli 80 anni. Si registra una progressiva perdita di producibilità tra il 20 e il 35%: da 3.000-3.200 ore di produzione l’anno del 2000 alle attuali 2.000-2.500 ore l’anno.
“Mettere mano a un progetto di rinnovamento degli impianti vale oggi fino a 15 miliardi in dieci anni con un aumento medio della producibilità compreso tra il 10% e il 20%, nell’idea di preservare un patrimonio che per l’intero parco idroelettrico italiano si aggira tra i 35 e 50 miliardi di euro” afferma l’economista Alessandro Marangoni, ceo di Althesys (TEHA Group) durante Aquawatt che si è svolta a Piacenza.
“Notevoli anche le ricadute sul sistema socio-economico, dirette e indirette: valgono per l’economia 3,2 miliardi annui con la creazione di 16.500 posti di lavoro”.
Nel 2024 il segmento ha rappresentato il 19% della capacità produttiva elettrica totale e il 40% di quella rinnovabile. In uno scenario no-action si registrerebbe una perdita pari al 30% della produzione al 2040. “L’idroelettrico – ricorda Marangoni – è strategico per il sistema energetico italiano, sia in termini di sicurezza energetica garantendo in linea teorica un risparmio fino a 3 miliardi di euro rispetto al gas”, sia per la stabilità del sistema attraverso gli accumuli assicurati dai pompaggi.
“Sbloccare le concessioni – ha concluso Marangoni – significa affrontare l’anomalia tutta italiana nel panorama Ue per cui non c’è reciprocità della regolazione sulle concessioni tra le diverse nazioni. Occorre anche garantire all’operatore uscente il rientro di tutti gli investimenti già realizzati e che la durata delle concessioni/autorizzazioni sia coerente con gli investimenti da realizzare”.
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