
La gestione più attenta della terra e delle acque, il sostegno alle industrie alimentari e marine innovative, il supporto alla crescita dell’agricoltura e dei sistemi alimentari della silvicoltura, del comparto marino e dei prodotti biologici sono tutti tasselli del percorso di decarbonizzazione avviato a livello a internazionale. Ne parliamo con il Prof. dell’Università di Bologna Fabio Fava, Rappresentante italiano nel comitato di Horizon2020 European Bioeconomy Challenges e nell’ambito dello State Representatives Group della Public Private Partnership Biobased Industry (BBI JU).
Perché l’Europa punta sulla bioeconomia?
La bioeconomia è un pilastro importante dell’economia europea. In Europa ha un fatturato annuo di circa 2.200 mld di euro con più di 18 mln di posti di lavoro. La bioeconomia italiana è terza in Europa, dopo quella tedesca e quella francese, con un fatturato annuo di circa 255 mld di euro e quasi 1,7 mln di posti di lavoro.
Della bioeconomia fanno parte i vari comparti della produzione primaria – agricoltura, allevamento, foreste, pesca e acquacoltura – e i settori industriali che trasformano le biorisorse provenienti da detti comparti.
L’aumento della popolazione e la scarsità di materie prime tradizionali e non rinnovabili rende necessaria una maggiore valorizzazione delle risorse biologiche e alternative presenti in natura, per una migliore sicurezza e qualità alimentare, per la riduzione degli inquinamenti ambientali e dei cambiamenti climatici, per nuove opportunità di mercato e occupazionali, soprattutto nelle aree rurali, costiere e marginali.
Non solo, la bioeconomia rigenera l’ambiente, limita la perdita di biodiversità e le grandi trasformazioni nell’uso del suolo, creando nuova crescita economica e occupazionale, a partire dalle specificità e dalle tradizioni locali.
Infine, l’uso efficiente delle risorse rinnovabili e la produzione primaria più sostenibile, insieme a sistemi di trasformazione più efficienti per la produzione di alimenti, fibre e altri prodotti a base biologica, e a un minor utilizzo di fattori produttivi, minor produzione di rifiuti e di emissioni di gas serra – come la valorizzazione dei rifiuti organici provenienti dall’agricoltura, dalle foreste, dalle città e dall’industria (in primis alimentare) – garantiscono alla bioeconomia un ruolo chiave nell’ambito dell’economia circolare.
La strategia adottata dall’Italia è sufficiente alla promozione del settore?
Si tratta di un settore in cui riveste un ruolo importante la ricerca e innovazione (R&I), diretta a rafforzare gli ambiti produttivo-industriali menzionati sopra e ad integrarli, creando nuove o più lunghe catene di valore, calate sul territorio, unitamente ad azioni di formazione e informazione specifiche. Serve anche una visione condivisa fra le istituzioni e i principali attori pubblico-privati del settore relativamente alle opportunità economiche, sociali e ambientali dello stesso, alle sfide connesse all’attuazione di una bioeconomia integrata nel territorio e alle azioni di implementazione necessarie.
Di qui la decisione dell’Italia di dotarsi di una “Strategia Italiana per la Bioeconomia” (BIT), sottoscritta da 5 Ministeri – Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali; Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; Ministero per lo Sviluppo Economico; Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare; Ministero della Coesione Territoriale e del Mezzogiorno -, la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, l’Agenzia per la coesione territoriale e i Cluster tecnologici nazionali per la Chimica verde (SPRING) e l’Agri-food (CLAN).
L’avvio di una bioeconomia su larga scala può creare nuova occupazione, nuovi prodotti e processi e quindi nuova competitività, soprattutto nelle aree rurali, lungo le coste e nelle aree industriali dismesse o provate dall’attuale crisi economica. L’Italia ha enormi potenzialità, ma serve una strategia condivisa che sostenga la “visione” con misure e politiche concrete di sostegno.
Le nostre aziende sono pronte a cogliere le sfide poste da una produzione agricola eco-compatibile?
Questo settore creerà maggiore sostenibilità ambientale unitamente a nuove opportunità di crescita sostenibile e di competitività a settori produttivi leader nel nostro Paese – quali quello agro-alimentare, quello chimico, dell’energia e marino – molti dei quali composti da piccole e medie imprese.
È una sfida che richiede uno sforzo inventivo senza precedenti. Significa ripensare i processi non solo in termini fisici ma anche ecologici, ridurre gli sprechi, trasformare i rifiuti in risorse, individuare modelli colturali che accrescano le produzioni, migliorino la funzionalità dei suoli e contrastino i cambiamenti climatici. Occorre sviluppare processi industriali più efficienti, versatili e sostenibili in grado di produrre diversi prodotti, a partire da quelli a maggior valore aggiunto.
Anche il settore agroalimentare, che già ora rappresenta in Europa più del 50% del fatturato dei comparti compresi nel concetto di bioeconomia, vede aprirsi enormi possibilità di crescita. L’innovazione riguarda le proprietà nutrizionali degli alimenti e la loro relazione con la salute e il benessere – settore già ora di grande interesse e dinamismo – ma anche le tecniche di conservazione, il packaging e la logistica, con l’ottica di una riduzione degli sprechi e degli scarti.
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