Quando si parla di energia nucleare una delle sfide principali riguarda la possibilità di sfruttare il processo di fusione. In questo senso le questioni su cui la ricerca si sta concentrando sono essenzialmente due: la stabilizzazione della reazione e i costi. Tra le realtà che stanno lavorando su questi temi ci sono una serie di startup innovative, tra cui General Fusion o Commonwealth Fusion Systems, aziende con alle spalle decenni di esperienza in ricerca. 

Le startup scommettono piccoli reattori

Se tanti sono i progetti che riguardano reattori e impianti di grandi dimensioni, la scommessa di queste startup per rendere economicamente valida la fusione nucleare è, invece, come si legge sul sito della nbc, quella di puntare su reattori di dimensioni ridotte. Un filone che queste realtà sperano di concretizzare grazie, ad esempio, ai superconduttori, che potrebbero avere performance di resistenza elevate all’interno dei campi magnetici generati nel reattore.

Nuove tecnologie per impianti di piccola taglia

Questo cambio di paradigma, cha vede un affiancamento ai progetti di grandi strutture (uno su tutti ITER) a reattori di dimensioni più ridotte, è reso possibile da una serie di innovazioni. Si tratta di nuovi materiali, computer più potenti, stampa 3D (che può abbassare i costi e ridurre i tempi di produzione) e sistemi di controllo digitale. Tutte tecnologie che non erano disponibili quando venivano progettati quei progetti più grandi.

Litio per le pareti interne del reattore

Un ulteriore passo avanti sul fronte della fusione nucleare è stato fatto dal Dipartimento di Fisica del Plasma (PPPL) del Dipartimento di Energia degli Stati Uniti (DOE) che, nell’ambito del programma di ricerca Lithium Tokamak Experiment, sta rivestendo le pareti interne di un reattore con il litio, con l’obiettivo di migliorarne le performance. Il materiale è lo stesso usato nelle batterie dei prodotti elettronici e, in questo caso, serve a garantire che il plasma rimanga a temperature estremamente elevate e sia adeguatamente pressurizzato. In particolare il litio assorbe particelle di plasma vaganti impedendo che la temperatura si abbassi. 

Pericolo scorie radioattive nelle isole Marshall

Altra questione chiave in tema di nucleare è quella dei rifiuti. A metà maggio, come si legge su sciencealert, il segretario generale delle Nazioni Unite, ha comunicato che il presidente delle Isole Marshall Hilda Heine si è detto molto preoccupato” per il pericolo di fuoriuscita di materiale radioattivo dal cratere artificiale, costruito per contenere i rifiuti generati dai test nucleari effettuati dagli USA tra il 1946 e il 1958. La struttura, pensata allora per essere una soluzione provvisoria, prevede una cupola di cemento spessa 18 pollici a chiusura del cratere. Proprio sulla cupola sarebbero state avvistate delle crepe che avrebbero messo in allerta le autorità locali. La struttura è collocata sull’isola di Runit, atollo Enewetak.

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