C’è un ecosistema globale in cui il cinema sostenibile passa attraverso standard in grado di definire l’autenticità green di una produzione audiovisiva. E’ certo, però, che siamo di fronte a un universo relativo.
L’impatto non è solo nei consumi, ma negli sprechi di una logistica frenetica. I trasporti, per esempio. E’ la voce di spesa ambientale più pesante, con voli transcontinentali, spostamenti quotidiani di decine di camion. L’energia: i set hanno bisogno di una quantità enorme di energia per l’illuminazione e fanno largo uso di generatori diesel accesi h24. La scenografia: vengono costruite intere città in legno, gesso e plastica che, a fine riprese, diventano rifiuti speciali.
Se la domanda è: esiste una normativa vincolante al riguardo? La risposta in breve è no. Quello che si avvicina di più a obblighi istituzionali è forse il protocollo UK. E comunque, a maglie molto larghe, si può dire che il panorama si divide in un sistema di gatekeeper fatto principalmente di tre tipi di protocolli:
- Albert (UK). È il più maturo a livello istituzionale. Creato dalla BBC per rendere più sostenibili le produzioni cine-TV, è oggi gestito da BAFTA e si concentra sulla misurazione del carbonio.
- Green Production Guide (USA). È promosso dai grandi Studios (Disney, Netflix, Warner Bros). La sostenibilità è integrata nei processi produttivi di risk management e dall’efficienza su larga scala.
- GreenFilm (Italia/Europa). Nato su iniziativa della Trentino Film Commission, si è evoluto in un network internazionale ed è utilizzato da molte produzioni in tutta Europa come certificazione con verifica esterna.
Negli USA l’approccio è industry-led: le produzioni adottano piattaforme di carbon accounting (calculator proprietari, come Pear & Peach di Amazon) e dichiarano in autonomia le proprie performance. Il focus è sulla riduzione delle emissioni, più che sulla certificazione di terzi.
Per l’Italia, e in generale per l’Europa, la filiera prevede diverse figure, spesso in competizione. Un labirinto intricato di operatori: società di green management, protocolli, enti certificatori, organismi di verifica esterna, di accreditamento, network. Un capitolo a parte riguarda gli standard ISO.

Il dualismo delle certificazioni: ISO vs. protocolli locali
Esistono due binari paralleli su come adottare gli standard green nelle produzioni cine-TV. Lo spartiacque è di governance, laddove l’ISO può affiancare, ma non sostituire, i protocolli green dedicati all’industria audiovisiva.
In Europa, i protocolli green specifici per il cinema (ad es. GreenFilm e EcoMuvi in Italia, Ecoprod in Francia, Albert in UK) nascono dentro il settore audiovisivo e parlano il linguaggio della produzione. Sono strumenti operativi, pensati per accompagnare una singola opera, spesso legati a incentivi pubblici.
L’ISO, invece, non è un protocollo ma uno standard di sistema: non certifica un film, ma la società che lo produce. Norme come ISO 14001 o ISO 14064 definiscono come un’impresa gestisce in modo strutturato il proprio impatto ambientale. Sono standard formalmente vincolanti una volta adottati, ma non entrano nel merito delle pratiche cinematografiche.
Canale Energia ha incontrato una figura ancora in via di definizione in Italia: il green manager per il cinema. Florencia Santucho lavora per Zen2030, una società benefit impegnata nella transizione sostenibile del settore audiovisivo italiano. “L’ISO si usa principalmente quando entri nell’ambito delle grosse industrie. Quando, per esempio, hai a che fare con grandi società come WildSide, The Apartment, Cattleya o Groenlandia (…). Al di sopra di un tot di impiegati, tu hai comunque l’obbligo istituzionale di ridurre la tua impronta di carbonio”.
Piccola guida al labirinto di protocolli e audit
Il sistema italiano della sostenibilità audiovisiva non è regolato da un’unica normativa. È un complesso incrocio tra ambiti ministeriali, competenze regionali e player privati, una rete che dialoga in modo asimmetrico. Al centro di questo ecosistema si muove una triade di elementi: i protocolli, gli organi di verifica, i bonus ministeriali.
Nonostante diverse iniziative, il mercato italiano è dominato da pochi standard, spesso in competizione: quelli realmente riconosciuti dalle istituzioni sono principalmente due, cui se ne aggiungono altri emergenti:
- Green Film. Di proprietà della Trentino Film Commission, è il protocollo leader a livello istituzionale. Funziona a punteggio. Se si raggiunge una soglia di azioni sostenibili certificate da un auditor esterno, si ottiene il marchio. È l’unico standard italiano esportato con successo in Europa e gode di un’ampia rete di accordi con le Film Commission europee (CineRegio).
- EcoMuvi. E’ un protocollo privato radicato nella produzione indipendente. Creato dalla Tempesta Film, certifica l’intero ciclo produttivo. Si basa non solo sul punteggio, ma anche sulla formazione della troupe. Nonostante la natura privata, è riconosciuto dal MiC, il che lo pone sullo stesso piano di GreenFilm per l’ottenimento dei punti bonus nei bandi.
- Zen 2030. Più che un protocollo, è un framework operativo. Si basa su una raccolta dati rigorosa finalizzata all’audit di enti terzi. A differenza di GreenFilm, punta sul calcolo emissivo. Viene scelto spesso da chi necessita una rendicontazione scientifica per i bilanci di sostenibilità.
- GreenSet. Sebbene meno diffuso su scala nazionale, il sistema della Toscana Film Commission è un esempio di protocollo territoriale. Fornisce linee guida per le produzioni che operano sul territorio toscano, integrando agevolazioni locali.

Il collo di bottiglia è la validazione finale dei protocolli. Qui il panorama si divide in base alla geografia e a specifici accordi istituzionali:
- In alcune regioni (Emilia-Romagna, Veneto), le produzioni possono avvalersi delle ARPAE In questi casi, l’ente pubblico funge da audit esterno, garantendo un processo strettamente legato al territorio.
- In regioni chiave come il Lazio, invece, la Film Commission non offre un servizio di audit interno e la produzione è costretta a rivolgersi a organi di verifica privati (es. Bureau Veritas, DNV, ReteClima).
Sinergie ‘escludenti’ tra i verificatori
Mentre la società di consulenza, o la produzione stessa, raccolgono i dati sul set, i verificatori esterni svolgono l’audit. ReteClima, ad esempio, verifica che i dati siano reali, convalida il calcolo delle emissioni secondo standard internazionali, rilascia la certificazione ufficiale di impatto ambientale. Qui emerge una contraddizione, continua a spiegare Santucho. Sebbene ReteClima sia un ente certificatore estremamente rigoroso, è però fuori dal Protocollo GreenFilm.
“ReteClima è un certificatore ufficiale di alto livello perché è molto esigente. Il sistema di GreenFilm, ad esempio, assegna punti, raccoglie prove, ma non prevede il calcolo emissivo. Tra gli organi di verifica privati accreditati da GreenFilm, al momento non rientra ReteClima. Il problema è proprio quello: non c’è uniformità né di protocolli, né di sistemi di verifica”.
Il Meccanismo dei Crediti MiC
“La scelta green nei finanziamenti non è prevista in Italia. Abbiamo solo cinque punti di credito MiC, ma il Tax Credit non è ancora stato incluso. Sono totalmente separati. Qualsiasi progetto che si presenta oggi al MiC ha l’opzione di ricevere questi cinque punti in graduatoria, ma non è molto chiaro né l’iter né i costi”, puntualizza Florencia Santucho.
E mentre le grandi produzioni si muovono verso l’ISO per i bilanci di sostenibilità, in Italia il sistema degli incentivi pubblici presenta un disallineamento tra i contributi selettivi del MiC e il Tax Credit. La sostenibilità è oggi relegata a una logica di premi nel quadro dei bandi ministeriali, dove avere una certificazione green garantisce 5 punti bonus in graduatoria. Ma questo meccanismo resta totalmente scollegato dal credito d’imposta (Tax Credit), l’incentivo finanziario più utilizzato dalle produzioni.
Non esiste cioè un obbligo di certificazione per sbloccare il Tax Credit. Questo fa sì che la sostenibilità è percepita come un costo accessorio, utile solo a vincere un bando selettivo, non come pilastro dell’economia del film. E senza l’integrazione del Tax Credit, manca la vera leva finanziaria in grado di trasformare il modus operandi delle produzioni, da opzione per pochi virtuosi a standard industriale obbligatorio.
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