A poche ore dalla apertura di Ecomondo la fiera dell’economia circolare in cui il tessile ha un’aree sempre più rilevante la Camera Nazionale della Moda Italiana evidenzia come il DDL Concorrenza approvato non c’è attenzione alla tutela della moda “contro” l’ultra fast fashion. Eppure il problema ambientale ed economico è sempre più rilevante. Stando ai dati aggregati di Cargo Facts Consulting, nel 2024 sono arrivati in Europa oltre 4,5 miliardi di pacchi di ultra fast fashion, principalmente dalla Cina. Si tratta di circa 5.000 tonnellate di prodotti – pari a 5 milioni di kg e oltre 30 milioni di capi, ovvero fino a 200 milioni di capi a settimana- che ogni giorno vengono spediti.
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Si tratta di oltre 100 aerei cargo Boeing 777 che ogni giorno viaggiano carichi di abbigliamento a rapidissimo consumo.

“Il Governo e il Ministro Urso avevano assicurato la volontà di intervenire in sede italiana ed europea per contrastare l’invasione di prodotti fast fashion che stanno mettendo a rischio il mercato italiano ed europeo della moda di qualità. Avevamo accolto con soddisfazione l’intenzione di inserire una norma nel DDL Concorrenza, ma, constatando che ciò non è avvenuto nel recente varo del DDL, probabilmente anche per problemi tecnici, siamo fiduciosi che la proposta venga accolta in Finanziaria”, dichiara Carlo Capasa, presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana.
Eppure gli esempi tal senso ci sono. Basta guardare oltre alpe. E’ proprio alla legge francese che si era ispirata la proposta della Camera Nazionale della Moda, auspicando:
- Una tassa progressiva sui prodotti di ultra fast fashion: 5 euro nel 2025, 6 nel 2027, 7 nel 2028, 8 nel 2029, 9 nel 2030 e 10 euro dal 2031 in poi.
- Il divieto di promuovere sul web prodotti o aziende di ultra fast fashion e imporre un’informazione sintetica sull’impatto ambientale e sociale dei prodotti a rapido o rapidissimo consumo (ultra fast fashion) nelle modalità di pubblicità e sul packaging dei prodotti.
- L’onere della prova per le imprese esportatrici, obbligate a dimostrare il rispetto delle regole ambientali e sociali. L’obbligo di adottare misure a specchio rispetto agli standard sanitari, sociali e ambientali europei.
“Il Made in Italy va tutelato con regole che garantiscano equità e rispetto per chi produce nel solco della qualità e della responsabilità”, conclude il Presidente di CNMI.
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