I partecipanti al webinar
I partecipanti al webinar

Tracciabilità e trasparenza sono diventati due valori da applicare lungo tutta la filiera produttiva, ma come farlo e soprattutto, di quale tecnologia avvalersi per poterlo certificare al di là di ogni dubbio, dato che spesso sono le stesse aziende ad autoproclamarsi sostenibili e trasparenti. Interoperabilità tra sistemi, certezza della veridicità della documentazione inserita e standard, gli scogli maggiori che l’industria del tessile evidenzia. Quesiti a cui con diversi progetti pilota si sta cercando di dare una risposta, purtroppo senza un quadro nazionale e internazionale di riferimento.

Questo è il primo punto emerso durante il webinar “Filiere moda trasparenti e sostenibili, il ruolo della tracciabilità e le tecnologie blockchain”, organizzato da R2B Research to business, Clust-er Create e Clust-er Innovate in collaborazione con Enea Cross-Tec e con il supporto della fondazione Democenter.

La tecnologia blockchain per la tracciabilità è solo uno slogan?

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Heinz Zeller di Hugo Boss fashion industry, provocatoriamente si chiede se la tecnologia blockchain per la tracciabilità non sia solamente un altro slogan, dato che se ne parla tanto, ci sono molti progetti pilota, ma poi pochi vengono implementati e chissà se si tratta davvero di blockchain.

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Zeller fa la differenza tra tracciabilità e trasparenza che sono i due obiettivi da raggiungere, affermando che la trasparenza non scende così nel dettaglio come la tracciabilità, dove si analizza tutto il processo e il prodotto. Hugo Boss, già in passato ha prodotto delle collezioni tracciabili, ad esempio con la lana, attraverso dei partner verticalmente integrati che hanno accesso alle pecore della Nuova Zelanda.

Ricorda che, anche a livello nazionale, oltre che europeo, in Germania la richiesta di trasparenza è stata talmente forte che in autunno sarà approvata dal parlamento tedesco una legge in merito.

Le sfide per i sistemi di trasparenza e tracciabilità

Zeller sottolinea come al giorno d’oggi questi sistemi richiedano un’integrazione tra loro, che scende a un livello di dettaglio nel controllo della produzione troppo specifico, che può anche andare a detrimento del business aziendale. Ad esempio, andrebbero scambiati i dati già un anno prima di far uscire la propria collezione, inoltre non si sa esattamente dove venga salvato il dato.

“In secondo luogo”, dichiara, “il fatto di salvare i dati con la blockchain non mi ispira fiducia, se io caricassi un documento falsificato, la blockchain non mi offre nessuna garanzia sul fatto che questo documento sia autentico”.

Tutti i sistemi messi in campo, secondo Zeller, sono senza uno standard amplio, nel senso che manca l’interoperabilità, inoltre non si prende un sistema terzo ma uno al cui interno ci sono già tutti i dati e le informazioni di vendita. 

“Oggi è molto difficile avere una interoperabilità di tutti questi sistemi, inoltre sono monoclaim. Altro limite: dovrei integrare il mio con altri sistemi, cosa che se andassi a fare con tutti i miei supply chain partners avrei un costo altissimo sia dal punto di vista dell’investimento che operativo”.

Zeller mette in rilievo come la propria azienda abbia preso parte al progetto Unece delle Nazioni Unite che ha creato un framework internazionale per costruire una toolbox, ma soprattutto una “policy recommendation” per aumentare tracciabilità e trasparenza nell’abbigliamento, cercando di standardizzare i propri processi per avere poi uno scambio di dati che siano uguali tra tutti. 

“Per questo, conclude Zeller, “la blockchain da sola è una buzzword ma se fatta bene e integrata all’interno di un business concept, può rappresentare una soluzione”.

Il progetto Trick: tracciabilità per la circolarità nella filiera del prodotto donna di fascia alta

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Alessandro Canepa, della Fratelli Piacenza cashmere, storica azienda fondata nel 1733, sta rifocalizzando il proprio prodotto sul mercato donna di fascia alta, in forte espansione, grazie ai nuovi ricchi disposti a spendere di più pur di avere un prodotto ovviamente di qualità, ma anche tracciato, soprattutto in Estremo Oriente.

L’azienda ha proposto un progetto alla Commissione europea, che ha come obiettivo generale la tracciabilità e come obiettivo concreto, creare un sistema di raccolta dei dati tramite diverse blockchain. In questo modo può realizzare  l’interoperabilità, così da permettere di adottare diverse tecnologie, mantenendo il valore della sicurezza e della portabilità del dato.

Questo è stato uno dei due progetti finanziati sulle 24 proposte valutate, coinvolge 28 partner e 12 nazioni tra cui Romania e Turchia. Tra i partner del progetto ci sono anche Ibm e Quadrans, l’Enea, il politecnico di Milano e diverse associazioni, tra cui Euratex e il Sistema Moda Italia.

L’importanza dell’Agenzia nazionale delle dogane

Aspetto molto importante è la partecipazione al progetto dell’Agenzia nazionale delle dogane, perché la blockchain in questo caso ha l’obiettivo primario, ma non unico, di sostenere la certificazione di origine preferenziale che viene utilizzata dalle Dogane per il calcolo dei dazi in sede di esportazione.

“Questo è un fatto fondamentale, afferma Canepa, perché la standardizzazione del dato attualmente, dal punto di vista amministrativo è già in corso. Dal prossimo anno infatti, la fatturazione elettronica sarà obbligatoria in tutta Europa e la certificazione di origine preferenziale è attualmente basata su codici adottati da tutti gli esportatori, che molto spesso devono dichiararla in fattura. Quindi, sono dati disponibili e standardizzati perché fanno riferimento ai codici che usano le Dogane”.

L’idea è stata quella di cercare di creare un core di dati legato alla certificazione di origine preferenziale, essendo dati ad oggi standardizzati e disponibili.

Dice Canepa: “Copriamo tutta la filiera con la produzione di filati e tessuti fino al riciclaggio e alla produzione di nuovi filati con il prodotto riciclato, sia nel tessile tradizionale, dove si parla di filati naturali, che nel mondo del tessile tecnico, rappresentato da capi protettivi sintetici. In questo modo, si avrà la possibilità di implementare la blockchain con due tecnologie, dimostrandolo in maniera operativa, ovvero fabbricando dei capi”.

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Canepa continua sottolineando come, la blockchain sia una tecnologia abilitante perché riciclare un prodotto tracciato significa che mantiene le caratteristiche di quello originale. Mentre invece, mischiare prodotti tracciati con quelli non tracciati vuol dire che, l’output del prodotto riciclato deve essere sottoposto di nuovo a tutte le verifiche necessarie. Perciò, più si traccia, maggiore è la raccolta di dati, più si supporta il riciclaggio del prodotto.

Altro obiettivo, interno al progetto, è quello di realizzare una mappatura degli standard, quelli amministrativi sono già definiti e adottati da tutti, ma ad esempio, per quanto riguarda i prodotti chimici non lo sono ancora.

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Sostanzialmente, l’obiettivo del progetto è rendere più aperto possibile il sistema di adozione della tracciabilità, proprio perché ci sono talmente tante relazioni tra fornitori e clienti in tutta la value chain, che è importante creare un sistema aperto. Più lo è, più si può pensare di renderlo disponibile e così potrà costare meno, soprattutto per i piccoli fornitori. Se questi ultimi ne rimarranno esclusi, sarà un grosso problema, poiché non si arriverà mai a coprire tutta la filiera.

L’idea è poi di rendere disponibili questi servizi di raccolta e analisi dei dati anche a terzi.

Infine, un altro scopo sarebbe quello di riuscire a rendere disponibile tramite le app delle aziende, tutti i dati relativi all’impatto ambientale della produzione di quel prodotto. Pertanto, è necessario avere la tracciabilità su tutta la filiera e anche le informazioni sulla vita del prodotto, dalla materia prima fino alla consegna al cliente, eventualmente anche su dove restituirlo, in modo da riciclare in maniera efficace. 

“Questo obiettivo molto ambizioso sarà perseguibile nel lungo periodo, perché bisogna coprire tutta la filiera ed è molto difficile, ma fattibile. Il punto è mettere a disposizione di tutti gli attori della filiera delle soluzioni anche tecniche che permettano loro di poter accedere a questa tecnologia, che è costosa e poco disponibile. Secondo me, questa sarà la sfida più importante”.

Il progetto Smart chain nel distretto di San Mauro Pascoli

Piero De Sabbata, dell’Enea Cross-Tec, ha presentato il progetto Smart chain applicato nel distretto di San Mauro Pascoli su sostenibilità e qualità delle reti di fornitura.

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La blockchain, nelle filiere del fashion, può essere applicata sul prodotto e quindi si parlerà ad esempio di tracciabilità individuale e di processo, oppure su un distretto, come nel caso di Smart chain, tenendo in considerazione anche i diversi attori e il territorio. 

Il progetto Por-Fesr Smart chain  propone la realizzazione di un insieme di soluzioni basate su tecnologia blockchain per individuare e realizzare delle innovative piattaforme utili alle imprese del territorio. 

I casi di cui si occupa questo progetto sono incentrati sul settore agroalimentare, sul consorzio del Parmigiano Reggiano e sul settore moda.

Dove risiede il valore delle aziende del distretto?

E’ stato fatto un ragionamento sul distretto di San Mauro Pascoli, specializzato nella fornitura di componenti e calzature di alta e altissima gamma, con l’obiettivo di valorizzare le buone pratiche in tema di sostenibilità del distretto e la rete di relazioni tra impresa e filiera ed esplicitare questo valore. Qui, le imprese sono 150 e vengono sottoposte ad audit una volta l’anno su sicurezza, ambiente e tutela dei lavoratori.

In seguito al ragionamento suddetto, sono successivamente sorti dei quesiti, il primo: dove sta il valore del distretto? 

La risposta va da sé: nella qualità delle aziende che vi operano, nelle loro relazioni e certificazioni, nell’immagine del territorio verso l’esterno, nel territorio stesso e nel modo in cui le aziende ci stanno.

Il secondo quesito è come rendere il valore del distretto, la risposta è che qui, bisogna dare visibilità alla struttura della filiera e rendere disponibile la certificazione oggettiva a chi la chiede e bisogna farlo in modo che sia inoppugnabile verso terzi.

Terzo quesito, come rendere sostenibili le soluzioni per il distretto. Essendo aziende molto piccole, i costi e i requisiti tecnologici devono essere contenuti, le soluzioni devono essere usabili, bisogna migliorare l’operatività ed efficienza quotidiana e offrire una percezione all’esterno del valore.

Pertanto, si è deciso di operare realizzando una applicazione web, che ha lo scopo di certificare le relazioni tra le aziende della catena di subfornitura e l’esistenza di disponibilità della documentazione che va fornita ogni volta che c’è da fare un audit. 

Sostanzialmente, si usa la blockchain per notarizzare l’aspetto delle relazioni, la collocazione fisica delle aziende, l’esistenza e la disponibilità di documentazione.

Un elemento importante è che, ci sono dei fattori di confidenzialità per cui non tutte le informazioni che servono per un audit o per decidere di prendere un particolare fornitore possono essere rese pubbliche. 

Quindi, c’è un aspetto di confidenzialità e anche di gradualità nella accessibilità a queste informazioni.

“Ciò a cui si è arrivati, è un sistema che dovrebbe essere completato in autunno, dove la parte di blockchain è già tutta realizzata ed è una blockchain pubblica. Praticamente, in questo sistema”, dichiara De Sabbata, “ogni azienda registra le proprie certificazioni e chi sono i propri fornitori, mettendosi in relazione con essi, che a loro volta, hanno caricato le proprie certificazioni e documentazioni e hanno modo di rendere visibile ai clienti queste informazioni, ma in maniera filtrata”.

Esempio Pratico E1623967914181

Esempio pratico: il cliente che vuole conoscere una determinata azienda accede alla piattaforma e può vedere, non il nome e cognome, ma che ruolo hanno i fornitori, che sono in questo caso figure astratte. 

Seconda aspetto molto importante, si può vedere in quale provincia e stato il fornitore ha la sede operativa. Qualora il cliente chieda di vedere di più, l’azienda può decidere se dare ulteriore visibilità e quindi, i documenti che vengono caricati in modo crittografato e cifrato, registrati nei loro estremi su blockchain, possono essere aperti per essere visti o meno da parte dell’azienda committente. 

“Tutto ciò è praticamente inciso sulla pietra: cosa i miei partner sono e cosa fanno e dichiarano, perciò qualora ci fosse una controversia è possibile andare a recuperare tutte le informazioni e documenti relativi a quelle relazioni che erano state dichiarate come mia rete di fornitura. Questo è lo stato dell’arte”, conclude De Sabbata.

Questo progetto è un pilota, che vuole donare all’azienda un approccio volto verso una migliore gestione documentale, ma soprattutto vuole andare in una direzione che migliora l’aspetto della visibilità e qualità dell’impresa in relazione al suo territorio, verso possibili committenti esterni. 

Per il futuro, potrebbe essere un core per creare un marchio di tracciabilità e certificazione sul distretto. 

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Carla Pillitu
Professionista delle Relazioni Esterne, Comunicazione e Ufficio Stampa, si occupa di energia e sostenibilità con un occhio di riguardo alla moda sostenibile e ai progetti energetici di cooperazione allo sviluppo. Possiede una solida conoscenza del mondo consumerista a tutto tondo, del quale si è occupata negli ultimi anni.