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Foto di Luisella Planeta Leoni da Pixabay

In Sardegna è possibile smettere di investire nelle fonti fossili e rispettare il phase out del carbone entro il 2025 per raggiungere l’obiettivo europeo di neutralità climatica al 2050. Nuovi investimenti nelle fossili potrebbero rallentare il percorso di transizione energetica dell’isola e pesare sulla collettività, falciando le nuove opportunità lavorative.

Rinnovabili vs fossili in Sardegna

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Lo studio “Una valutazione socio-economica dello scenario rinnovabili per la Sardegna”, realizzato dall’università di Padova e dal politecnico di Milano per il Wwf, rivela inoltre che le caratteristiche geografiche, economiche e infrastrutturali dell’Isola, in particolare riferite all’assenza della rete gas e alla crescita delle rinnovabili, rappresenta terreno fertile per la decarbonizzazione nazionale.

Proprio “l’ampio potenziale di fonti energetiche rinnovabili e un parco infrastrutturale energetico già obsoleto e pronto al rinnovamento”, rimarca il Wwf in una nota stampa, possono favorire la cosiddetta emancipazione dal carbone. A patto che si fissi “un orizzonte temporale in linea con gli scenari di decarbonizzazione di medio e lungo periodo”, rifuggendo dalle “soluzioni ‘transitorie’”, per valutare i costi e benefici di investimenti infrastrutturali nel settore energetico sardo. “Nel lungo periodo il gas metano non è compatibile con un sistema energetico decarbonizzato e i nuovi impianti a fonti fossili non sono più competitivi riguardo i costi”, aggiunge il Wwf.

I due scenari dello studio

Due gli scenari ipotizzati nello studio per favorire la transizione della Sardegna al 2025-2030. Entrambi non prevedono investimenti nel metano e si basano sul presupposto che la dismissione delle centrali a carbone dell’isola può essere accompagnata dalla realizzazione di impianti power-to-hydrogen.

  1. Il primo, sulla scia di quanto proposto anche da Terna, prevede lo sviluppo di impianti di pompaggio per 400 MW di capacità complessiva.
  2. Il secondo, la produzione di idrogeno verde e l’installazione di impianti di accumulo, caso in cui l’H2 sarebbe usato per il bilanciamento della rete elettrica “e il livello di elettrificazione è considerato a metà strada rispetto al 2050”.

Inutile, dunque, investire nel gas naturale, nemmeno se la si guarda come tecnologia “ponte”. L’impiego di capitali in una nuova rete gas o in impianti a metano, evidenzia il Wwf, potrebbe diventare “una barriera al sistema di incentivazione per le rinnovabili e l’efficienza energetica”. Investire tra il 2021 e il 2030 circa 3-4 miliardi di euro nel processo di transizione energetica, stima lo studio, favorirebbe la creazione di circa 3-4mila posti di lavoro. Investire risorse fino a 18-20 miliardi di euro nello scenario di neutralità climatica al 2050 favorirebbe occupazione diretta di 8-9mila unità.

 

 

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