Italia prigioniera del gas: shock energetico riaccende allarme prezzi

L'escalation in Medio Oriente fa impennare le bollette: il costo della produzione a gas è aumentato del 58%

L’ombra di una nuova crisi energetica torna a stendersi sull’Europa, ricordando quanto il continente europeo sia ancora pericolosamente vincolato alle oscillazioni dei mercati internazionali del gas. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dal think tank Ember, l’escalation del conflitto in Medio Oriente ha innescato un’onda d’urto che ha colpito immediatamente i portafogli dei cittadini europei. La chiusura dello Stretto di Hormuz, punto di transito vitale per un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, unitamente agli attacchi alle infrastrutture in Qatar, ha generato un’impennata dei prezzi che non accenna a placarsi.

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Foto di Mahmut Celik su Unsplash.

Il peso economico della dipendenza energetica

L’impatto finanziario di questa nuova ondata di instabilità è stato quasi istantaneo. Nei primi dieci giorni seguiti all’inasprimento delle ostilità, l’Unione Europea ha dovuto affrontare un incremento della fattura per l’importazione di combustibili fossili stimato in circa 2,5 miliardi di euro rispetto ai livelli di spesa precedenti al conflitto. Questo dato si inserisce in un contesto già provato dalla crisi innescata dalla crisi geopolitica in Ucraina, che aveva portato la spesa totale per l’import di fossili da 313 miliardi di euro nel 2021 alla cifra astronomica di 693 miliardi nel 2022.

Sebbene i prezzi del gas europeo fossero scesi a circa 31 euro per megawattora prima di questa nuova crisi, la media è rapidamente risalita a circa 45 euro nel corso della prima settimana di marzo, segnando un incremento vicino al 50%.

La trasmissione dello shock dal gas al mercato elettrico

Il meccanismo di determinazione dei prezzi dell’elettricità in Europa, basato sul sistema del prezzo marginale, fa sì che la fonte di energia più costosa necessaria a coprire la domanda — quasi sempre il gas — fissi il prezzo per l’intero mercato. Di conseguenza, l’aumento delle quotazioni del metano si è tradotto in una crescita del costo di generazione elettrica superiore al 50% in tutta l’Unione. Nello specifico, tra il 28 febbraio e il 10 marzo, il costo della produzione a gas è aumentato del 58% in Italia e del 59% in Spagna, con incrementi simili registrati in Germania e nei Paesi Bassi.

Questo aumento della componente combustibile incide sulle bollette finali molto più pesantemente rispetto ai costi legati alle emissioni di carbonio (Ets): attualmente, la spesa per la CO2 rappresenta al massimo il 10% della fattura elettrica domestica finale, una quota inferiore persino all’aliquota media dell’Iva applicata nel blocco.

Italia e Spagna: due modelli a confronto

L’analisi di Ember mette a nudo una profonda divergenza strutturale tra i principali Stati membri. L’Italia emerge come uno dei mercati più esposti e vulnerabili a causa della sua massiccia dipendenza dal gas per la produzione elettrica. Nel 2026, finora, il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore monitorate sul mercato italiano, mentre in Spagna questa influenza è scesa drasticamente al 15%.

Grazie a una decisa spinta verso le rinnovabili e a riforme che hanno favorito il disaccoppiamento strutturale, Madrid è riuscita a mantenere i prezzi medi dell’energia al di sotto del costo marginale del gas, proteggendo i consumatori da quegli sbalzi che hanno invece spinto le tariffe ai massimi dell’anno in paesi come Italia, Belgio e Paesi Bassi.

Analisi Ember: dibattito sulle riforme e strada verso la resilienza

Di fronte a questa emergenza, sono tornate a sollevarsi voci critiche nei confronti del sistema di mercato attuale. In particolare, il governo italiano ha ipotizzato la sospensione dei meccanismi legati al prezzo del carbonio, una misura che però gli analisti di Ember giudicano inefficace e potenzialmente dannosa. Secondo il rapporto, intervenire sulle regole del mercato proprio mentre si attende l’implementazione della riforma del 2024 rischierebbe di aumentare l’incertezza e frenare gli investimenti necessari.

La tesi degli esperti è chiara: l’unica vera protezione contro la volatilità dei mercati fossili non risiede nel manipolare i costi della CO2, che sottrae risorse alla transizione, ma nell’accelerare l’elettrificazione e l’adozione di energia pulita, batterie e flessibilità della domanda.

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