Un approccio olistico e capillare che moltiplichi le prospettive d’indagine e confronti in modo sinergico i dati rilevati. E’ questa, secondo Stefano Bocchi, professore di Agronomia dell’Università degli Studi di Milano, la metodologia più efficace per valutare l’impatto ambientale della filiera agroalimentare. Un settore “ampio e complesso” in cui bisogna studiare ogni aspetto: dalla produzione, alla logistica fino all’offerta di servizi ecosistemici. Insieme al professor Bocchi abbiamo approfondito queste tematiche per analizzare il rapporto tra settore agroalimentare e sostenibilità ambientale.

Nel settore agroalimentare cosa si intende per servizi ecosistemici?

Ci sono stati diversi incontri da parte delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali per porre l’accento sul fatto che attraverso l’agricoltura non si producono solo beni, ma anche servizi. Il primo servizio è quello della produzione/fornitura, ovvero l’offerta al mercato e alla società di beni (alimenti, biomasse etc.).

Il secondo tipo di servizio è invece, quello di regolazione. Siccome l’agricoltura utilizza ad esempio, i cicli dell’acqua, del carbonio, dell’azoto bisogna considerare la funzione di regolazione espletata da ogni singola azienda agricola. Si tratta in sostanza dell’effetto su una risorsa di una determinata attività che può andare a migliorare o peggiorare una situazione preesistente. Ad esempio nel ciclo del carbonio, l’agricoltura può essere considerata un carbon sink, quindi può trattenere carbonio, ma può anche rilasciare carbonio come CO2 o CH4. 

Il terzo servizio ecosistemico è quello culturale. Si tratta di beni immateriali che però devono essere valutati. Un’azienda agricola in un territorio può ad esempio essere presidio di alcune testimonianze storiche, quindi può offrire alle scuole servizi didattici in materie ambientali e agroalimentari.

L’ultimo servizio è quello di supporto, ovvero il mantenimento di tutte le risorse necessarie per assicurare i primi tre servizi. Se io mantengo la biodiversità in quel territorio garantisco la produzione, la regolazione e i servizi culturali.

In concreto come procede un’analisi di questo tipo?

In pratica si sta facendo un ragionamento di questo tipo: non concentriamoci solo sulla produzione e su quello che comporta in termini di impatti positivi o negativi, ma allarghiamo il discorso e usiamo un approccio a 360° che sfrutta l’analisi di questi quattro servizi ecosistemici. Questi ambiti hanno una grossa influenza, a livello integrato, sull’aspetto paesaggistico, ma anche sulla salute, sia del singolo individuo sia della società. 

Da questo punto di vista l’impatto ambientale del settore agro-alimentare risulta  rilevante?

Direi di sì. Anche se, come dicevo prima, dovremmo parlare di aspetti positivi e  negativi. Ad esempio in questo momento sappiamo che l’acqua usata in agricoltura è un 60-70% di quanto viene utilizzato globalmente dalle diverse attività. La grossa richiesta di questa risorsa e il suo scorretto utilizzo in alcune aree ha un impatto negativo sugli aspetti qualitativi.

Entriamo più in dettaglio può fornirci un’idea dell’impatto ambientale legato al settore agricolo-alimentare?

Dal rapporto ISPRA 2016 sulla qualità delle acque di superficie emerge come tutte le soglie di sicurezza ambientale siano spesso superate, a causa della presenza di agrofarmaci o nitrati di origine agricola. Stiamo parlando di inquinamento diffuso, non puntiforme.
(Per Inquinamento diffuso si intende, in base al d.lgs. 152/2006, la contaminazione o le alterazioni chimiche, fisiche o biologiche delle matrici ambientali determinate da fonti diffuse e non imputabili ad una singola origine).

In termini di emissioni di gas serra, secondo alcune stime, il contributo dell’agricoltura a scala globale è del 20%. Inoltre, i trasporti delle filiere alimentari purtroppo non sono locali, nel caso dei Paesi ricchi l’80% degli alimenti che consumiamo arrivano da luoghi di produzione lontani. Per questo c’è tutto un sistema di trasporti nel settore agroalimentare che concorre ad impattare in termini di richiesta di energia e di emissioni di gas serra.

Per studiare la questione in maniera adeguata bisognerebbe segmentare l’analisi analizzando separatamente diversi ambiti: produzione delle aziende agricole, prima e seconda trasformazione, distribuzione (incluso il packaging), vendita e infine utilizzazione (inclusi gli scarti).

Quali soluzioni tecnologiche sono a disposizione del settore agricolo per cercare di arginare l’impatto ambientale?

Bisogna considerare tre ambiti specifici: innovazione di prodotto, innovazione di processo, e innovazione di sistema. Per quanto riguarda l’innovazione di prodotto ci sono agrofarmaci di bassa tossicità per l’uomo, che colpiscono in maniera mirata alcuni tipi di infestanti e permettono l’uso di dosi ridotte. Ci sono concimi a lento rilascio che permettono di rilasciare l’azoto in modo progressivo così da consentire un graduale assorbimento da parte della pianta e ridurre i rilasci in falda. 

Passiamo poi alle innovazioni di processo produttivo. Qui entriamo nell’ambito, ad esempio, di quella che viene definita agricoltura di precisione. Si sfruttano delle tecnologie informatiche (mappature del terreno, delle produzioni) per analizzare la variabilità della produzione e la più adeguata distribuzione di agrofarmaci o concimi. Possono essere impiegati sensori ottici o a raggi infrarossi e in questo modo si ottiene una distribuzione molto mirata rispetto al passato, con risparmi economici e minori impatti. 

 Infine c’è un’innovazione di sistema. Pensiamo, ad esempio, al cosiddetto organic farming. Viene completamente ripensata l’azienda agricola, a partire dalle scelte strategiche (scelte delle colture e delle varietà, rapporti con il mercato), si elimina l’uso di sostanze di sintesi e quindi si ricorre a strumenti agronomici per poter poi produrre senza particolari impatti, soprattutto sul fronte chimico.

Può darci qualche esempio di strumento agronomico?

Ad esempio con le rotazioni si controllano i livelli di fertilità del terreno, si gestiscono le infestanti e parassiti su basi agronomiche. Ci sono poi nuove tecniche come le allelopatie: piante che emettono delle sostanze che inibiscono la germinazione di semi di altre piante (infestanti) riducendo le competizioni a favore della coltura. In agricoltura biologica si sta diffondendo l’utilizzo di piante allelopatiche per ridurre l’impatto degli infestanti. Si ricorre a queste piante inserendole nelle rotazioni come colture intercalari. 

Abbiamo poi la falsa semina: si fa finta di seminare, si fanno crescere le infestanti e, una volta germinate, senza aspettare troppo, si passa con un’erpice (o uno strigliatore) che “pettina” il terreno nei centimetri più superficiali per sradicare le infestanti. Subito dopo si semina. Così si evita di ricorrere al diserbo chimico.

Invece in tema di gestione smart dell’acqua quali soluzioni possono essere adottate?

Partirei dall’intrinseca capacità del terreno di trattenere l’acqua, capacità che dipende dalla composizione del terreno e dal contenuto di sostanza organica. Il punto di partenza per l’agronomo è proprio questo, bisogna valutare la quantità di acqua che il terreno riesce a trattenere e a cedere alla pianta grazie alla sua buona struttura. Quindi una prima forma di risparmio idrico consiste proprio nel mantenere allo stato ottimale la struttura del terreno, migliorare la capacità di trattenimento, cercando anche di ridurre le perdite per evaporazione, infiltrazione e ruscellamento.

Abbiamo poi l’innovazione tecnologica che riguarda tutti i sistemi di preparazione del terreno e di distribuzione dell’acqua. Ci sono le cosiddette sistemazioni idrauliche agrarie che mirano, anch’esse, a ridurre le perdite. Il terreno può, ad esempio, essere terrazzato se è in collina, o può essere sistemato nelle pendenze e nei percorsi preferenziali dell’acqua come succede con le sistemazioni dette a cavalcapoggio o giropoggio. In ogni caso il primo step è la sistemazione e manutenzione idraulica del mio terreno. Il passo successivo sono le tecnologie di distribuzione dell’acqua: dai metodi gravitazionali a quelli più moderni che utilizzano la pressione dell’acqua delle pompe per mettere in movimento l’acqua all’interno di circuiti, fino ad arrivare all’ala gocciolante (tubo con gocciolatoio) o ai microirrigatori che distribuiscono l’acqua in funzione di precise stime e con alta efficienza. Questi sistemi prendono in considerazione l’evapotraspirazione, parametri metereologici, caratteri colturali in modo da rendere il bilancio idrico sempre più preciso. Grazie a un software viene analizzata la richiesta di acqua della pianta e viene valutata la presenza di stress idrico. Conseguentemente viene erogata la risorsa idrica.

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