Nuovo studio, nuove prove. Le piantagioni di palma da olio e di soia sono di nuovo indagati. L’accusa? Deforestazione globale. Lo studio che vuole dimostrarlo è il “High & low ILUC risk biofuels. Policy recommendations for the EU delegated act” pubblicato il 24 gennaio dalla Federazione europea per il trasporto sostenibile Transport and Environment. “L’evidenza scientifica è chiara: la domanda extra di olio di palma e di soia per produrre biocombustibili sta distruggendo la foresta pluviale, la savana e prosciugando paludi e torbiere”, ha commentato in una nota stampa Laura Buffet, manager carburanti puliti di T&E.

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Almeno il 7% dell’espansione globale della soia è stata causa diretta di deforestazione nel periodo 2012-2015, riporta lo studio, il 31% dell’espansione delle piantagioni di palma da olio è avvenuta nelle foreste mentre il 23% della produzione nelle torbiere. In particolare, riportando quanto scoperto dall’Icct, il 40-53% dell’espansione in Indonesia e Malesia sarebbe avvenuta su suoli ad alto contenuto di carbonio, quali foreste, aree umide e arbustive.

Il dato più importante sembra essere un altro: le emissioni da olio di palma sono le più alte delle altre materie prime usate per produrre biodiesel se si considera il cambiamento indiretto dell’uso del suolo, acronimo Iluc per Indirect land use change. Subito dietro figura l’olio di soia. “Etichettare questi combustibili come ‘ad alto rischio Iluc’ è in linea con la scienza e metterebbe fine a ulteriore deforestazione riducendo le emissioni di gas serra ad essa associate”, ha proseguito in nota la manager.

Un riconoscimento utile a limitare la coltivazione di queste risorse ma che non può essere applicato perché non ci sono criteri applicabili disponibili che assicurino la sostenibilità ambientale di questo tipo di coltivazioni, rimarca lo studio. Difatti, la Direttiva Ue di dicembre, che fissa obiettivi vincolanti sulle rinnovabili, stabilisce che il consumo di biocombustibili ad elevato rischio Iluc deve diminuire progressivamente dal 2023 per azzerarsi nel 2030.

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Alcune tipologie di olio di palma e di soia sono al vaglio della Commissione Ue per stabilire se rientrano nella categoria “a basso rischio Iluc”. Ma questo resta un “concetto teorico”, rimarca Buffet in nota, e “la sua implementazione sarebbe come cercare la quadratura del cerchio”. Difatti, questa opzione “rappresenta una porta aperta che permetterebbe all’olio di palma ‘falsamente sostenibile’ di rientrare”.

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