Il biologico come risposta per una agricoltura sostenibile in grado di soddisfare le esigenze di tutti.

Questo quanto sostengono i Paesi del G7 Agricoltura per contrastare la piaga della fame del mondo sottoscrivendo la Dichiarazione di Bergamo.

Sostenibilità e biologico quindi si mettono al centro di un processo di cambiamento, rimandando chiaramente i firmatari a “inserire e sostenere la transizione al modello agricolo biologico fra le strategie messe in campo dalle politiche agricole dei Paesi, per conciliare sostenibilità economica, ambientale e sociale e favorire un’economia circolare” (estratto della Dichiarazione di Bergamo).

Partendo dai principi fissati nella Carta del Bio di EXPO Milano 2015, la Dichiarazione di Bergamo ha voluto dimostrare come, grazie a un approccio ecosistemico, socialmente inclusivo ed economicamente ed ecologicamente resiliente, l’agricoltura biologica rappresenti un modello di agricoltura capace di rispondere alla sfida per garantire il diritto al cibo di ogni essere umano a qualunque latitudine.

Biologico e sostenibilità un binomio necessario

Biologico non fa sempre rima con sostenibilità ambientale in quanto il ciclo di vita di un prodotto bio non esclude il suo essere energivoro come non prevede espressamente un uso non ingegnerizzato della risorsa idrica.

Nella Dichiarazione di Bergamo invece si favorisce una approccio biologico e sostenibile.

Nella riforma della normativa europea sul biologico di cui si discute ormai dal 2014 è stato affrontato anche il tema della certificazione ambientale delle imprese bio, che all’inizio era prevista come obbligatoria ma che poi è stata superata, per l’evidente difficoltà e costo di un percorso simile per le aziende agricole che sono la grande parte di quelle certificate bio” Spiega a Canale Energia il Presidente di FederBio, Paolo Carnemolla.

E’ tuttavia evidente che l’approccio stesso dell’agricoltura biologica è di tipo circolare, ovvero mira a rendere il più possibile autosufficiente le imprese anzitutto da un punto di vista energetico ma anche per il reimpiego di scarti e sottoprodotti come avviene in particolare nelle aziende agricole. Già qualche anno fa FederBio in collaborazione con Coop Italia ha realizzato uno studio comparato con la metodologia LCA per verificare le prestazioni ambientali di alcuni prodotti di largo consumo, come il pomodoro e il frumento, verificando che non ci sono differenze significative su questo versante se si adottano buone pratiche ma che le migliori prestazioni ambientali del biologico (incremento di biodiversità, nessun impatto negativo su qualità delle acque e dell’aria, miglioramento delle fertilità dei suoli, etc.) non si riescono a quantificare con questi strumenti di analisi. E’ quindi interesse del biologico e impegno di FederBio quello di mettere a punto indicatore e metodi di analisi del ciclo di vita dei prodotti biologici che superino i limiti dei sistemi di misurazione attuali per arrivare a una certificazione del metodo biologico che comprenda anche le componenti di natura ambientale e a questo riguardo stiamo collaborando con ENEA e altri partner per mettere assieme il sistema di tranciabilità dei prodotti biologici che già abbiamo sviluppato per alcune filiere con il monitoraggio e la raccolta di dati territoriali e ambientali relativi alle zone di produzione e alle tecniche produttive adottate dalle imprese”.

 

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