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Quest’anno l’Earth Overshoot Day, ovvero la data in cui abbiamo consumato tutte le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare in 1 anno, sarà il 29 luglio. L’ora X per il nostro pianeta è purtroppo retrocessa anche quest’anno rispetto alla data del 2018: il primo di agosto.

Un avanzamento continuo

In poco meno di 50 anni questo evento è passato 29 dicembre, nel 1970, al 29 luglio del 2019. E solo negli ultimi 20 anni si sono verificati tre mesi di retrocessione. Ciò fa capire come i ritmi di consumo delle risorse siano stati accelerati in maniera esponenziale, con impatti rilevanti sul pianeta. Nello specifico, come evidenziato dal Global Footprint Network, che ha ideato il metodo per calcolare il consumo delle risorse attraverso l’impronta Ecologica, attualmente utilizziamo le risorse naturali a un ritmo che è 1,75 volte più veloce rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi. Ciò equivale a dire che usiamo 1,75 pianeti Terra. Questo fenomeno si verifica perché danneggiamo il capitale naturale del nostro Pianeta e compromettiamo la sua capacità futura di rigenerazione delle risorse.

Domanda di cibo, 26% dell’impronta ecologica

“Si parla molto di sostenibilità a livello globale, anche se purtroppo non sempre il concetto viene associato all’alimentazione – sottolinea in una nota Marta Antonelli, Responsabile del Programma di Ricerca di Fondazione Barilla – invece la domanda di cibo rappresenta il 26% dell’impronta ecologica globale, questo nonostante poi ogni anno 1/3 di quel cibo, pari a 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti finisca sprecata o gettata. Solo in Italia, non vengono consumati 65 Kg/anno pro capite di alimenti. Una situazione che sta mettendo a rischio la vita del nostro Pianeta. È urgente invertire questo trend e adottare un approccio più sostenibile nei fatti, non solo nelle parole. Perché se a livello globale l’Overshoot Day è arrivato il 29 luglio, guardando alla sola Europa, secondo i dati del Global Foodprint Network, si è verificato ancora prima, il 10 maggio, e in Italia solo 5 giorni dopo, il 15 maggio, come a dire che nel Vecchio Continente il processo di esaurimento delle risorse avviene ancora più velocemente che nel resto del Pianeta. Questo nonostante il nostro sia il Paese della Dieta Mediterranea, uno dei modelli alimentare salutare e sostenibile per eccellenza ma dal quale, purtroppo, ci stiamo drammaticamente allontanando”.

#MoveTheDate la campagna per spostare l’oveshoot day

Tuttavia non tutto è perduto. Secondo il Global Footprint Network, invertire questo trend di continuo sfruttamento del pianeta è possibile. “Se spostassimo la data del Giorno del sovrasfruttamento in avanti di 5 giorni ogni anno, l’umanità tornerebbe a essere in armonia con il pianeta prima del 2050”, spiega sul suo sito l’organizzazione che indica inoltre una serie di azioni concrete da mettere in pratica subito valutandone l’ impatto. “Ad esempio,  sostituire il 50% di consumo di carne con una dieta vegetariana, contribuirebbe a spostare la data dell’Overshoot Day di 15 giorni in avanti (questo dato comprende 10 giorni per la riduzione delle sole emissioni di metano dagli allevamenti). Inoltre ridurre la componente delle emissioni di CO2 dell’Impronta globale del 50%, sposterebbe la data di Overshoot Day di 93 giorni”, sottolinea l’associazione no profit.

Qualche rilievo sul metodo

A sottolineare alcune criticità sul metodo adottato dal Global Footprint Network è, in un suo articolo su eco-business.com, Robert Richardson, un economista che si occupa di ecologia ed è professore associato alla Michigan State University. “L’Earth Overshoot Day – spiega il docente – è un concetto avvincente e ha aumentato la consapevolezza sul crescente impatto delle attività umane sul pianeta. Sfortunatamente, la metodologia utilizzata per calcolarlo e l’impronta ecologica su cui si basa è concettualmente imperfetta e praticamente inutilizzabile in qualsiasi contesto scientifico o politico. A mio avviso, l’impronta ecologica alla fine non misura l’uso eccessivo delle risorse naturali e potrebbe benissimo sottostimarlo”.

L’esperto cita un articolo del 2013  del Nature Conservancy e dell’Istituto Breakthrough della California che hanno sottolineato come l’impronta ecologica misuri le emissioni di carbonio degli esseri umani, ma non consideri altri fattori chiave. “Le due categorie chiave per la produzione di alimenti – terreni coltivati ​​e pascoli – sono definite in modo tale da non poter mai essere in deficit.  E l’analisi non riflette le conseguenze ambientali dell’uso umano di queste terre, come l’erosione del suolo, il deflusso dei nutrienti o l’uso eccessi”, spiega Richardson. 

Ci sono impatti ambientali reali e importanti associati alla produzione e al consumo di petrolio, ma i calcoli del Network non li affrontano – continua l’esperto nel suo articolo – né riflettono il declino del capitale naturale legato all’estrazione di una risorsa non rinnovabile”.  In quest’ottica la soluzione migliore per misurare l’impatto umano sul pianeta è secondo lo studioso il ricorso a un insieme di diversi indicatori ambientali.

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