nucleareA distanza di otto anni dal disastro nucleare di Fukushima, la cui dismissione è gestita da Tokyo Electric Power Company (Tepco), sono ancora oltre 1 milione le tonnellate di acqua contaminata stoccata nel sito della centrale. Una quantità che è destinata ad aumentare, ma che dopo il 2022 sarà sempre più complesso gestire. Nello specifico si tratta di acqua utilizzata per il raffreddamento dei reattori che è entrata in contatto con il materiale radioattivo ed è stata sottoposta a processi di purificazione. A tal proposito pochi giorni fa il ministro dell’Ambiente giapponese, durante una conferenza stampa, ha affermato che nel 2022 “l’unica opzione potrebbe essere quella di riversare in mare e diluire” l’acqua contaminata. Attualmente non si tratta di una decisione ufficiale, ma di una questione che verrà valutata dal governo nel suo complesso.

Greenpeace: “Continuare a immagazzinare l’acqua contaminata”

Greenpeace in una nota ha sottolineato come l’unica opzione accettabile dal punto di vista ambientale sarebbe quella di “continuare a immagazzinare l’acqua nei serbatoi e poi filtrarla dalle sostanze contaminanti”. L’associazione ha avviato una petizione dove si ribadisce l’importanza di stoccare per lunghi periodi di tempo l’acqua contaminata negli appositi serbatoi e allo stesso tempo di promuovere l’adozione una serie di innovazioni tecnologiche per eliminare il trizio. 

Una nuova indagine 

La Japan’s Nuclear Regulation Agency ha annunciato che verrà avviata una nuova indagine sull’incidente di Fukushima per effettuare ulteriori valutazioni delle radiazioni presenti nel sito. 

I costi di bonifica

Secondo una stima effettuata dallo Japan Center for Economic Research i costi per la bonifica del sito si aggirerebbero intorno a 660 miliardi di dollari.

Uno studio sull’inverno nucleare

Lasciando da parte Fukushima e rimanendo in tema di nucleare, secondo una ricerca pubblicata sul Journal of Geophysical Research nel caso in cui Russia e Usa facessero esplodere tutto il loro arsenale nucleare, ovvero se verificasse quello che viene definito inverno nucleare, si avrebbero, tra i tanti effetti deleteri, anche una forte diminuzione delle temperature globali e una riduzione delle precipitazioni e del cibo a disposizione.

Secondo le previsioni le particelle nucleari potrebbero diffondersi nell’atmosfera su scala globale nel giro si due settimane. Le temperature invece diminuirebbero di circa 9 gradi centigradi nel corso di 12 mesi e, per l’influenza di altri diversi fattori, si potrebbe avere un ulteriore abbassamento di 1,5 gradi. Verrebbero inoltre introdotte in atmosfera circa 150 megatonnellate di fuliggine con conseguenti incendi. L’auspicio è, secondo lo studio, di una riduzione degli arsenali nucleari.

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