zootecnia

L’emergenza economica sta mettendo a rischio la stabilità della zootecnia italiana. È la Coldiretti a lanciare l’allarme sul crack degli allevamenti nostrani: da difendere c’è un sistema composto da 24mila stalle da latte che garantiscono una produzione di 12,7 milioni di tonnellate all’anno che a sua volta alimenta una catena produttiva lattiero-casearia per un valore superiore a 16 miliardi di euro e occupa oltre 200.000 persone, con una ricaduta positiva in termini di reddito e coesione sociale.

Secondo gli ultimi monitoraggi di Ismea, i costi di produzione agricola sono lievitati di oltre il 18%, dopo aver chiuso il 2021 con un incremento del 6%. Confagricoltura vuole scongiurare un ulteriore segno negativo per il made in Italy: la siccità e l’aumento esponenziale dei costi energetici stanno determinando uno scenario pericoloso per il futuro dell’olio extra vergine d’oliva.

Coldiretti: “Crack zootecnia apre a cibo sintetico”

Quasi una stalla su dieci (8%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività per l’impennata dei costi. Lo sottolinea in una nota stampa la Coldiretti, secondo cui la “strage apre le porte all’arrivo del cibo sintetico, dalla carne al pesce fino ai formaggi, dietro il quale si nascondono i colossali interessi commerciali e speculativi che rappresentano una minaccia letale per l’agricoltura italiana, la salute dei consumatori e la biodiversità del pianeta”.

In pericolo c’è un patrimonio di formaggi unico al mondo che offre 55 prodotti a denominazione di origine riconosciuti dall’UE ma anche ben 524 specialità tradizionali censite dalle regioni diffuse lungo tutta la penisola, salvati dagli allevatori che ora rischiano di chiudere, dagli alpeggi alle pianure.

La dinamica dei prezzi di vendita, come mostra Ismea, ha dimostrato di non essere sempre in grado di assorbire i maggiori costi, esponendo gli allevatori all’erosione dei margini. Più nel dettaglio, si registrano incrementi dei prezzi degli animali da allevamento (+9,8%) e dei mangimi (+21%) oltre che dei prodotti energetici (+61,5%).

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Ismea: “Crisi sta attraversando intera filiera agroalimentare”

Oltre alla zootecnia, per quanto riguarda l’aggregato delle colture vegetali, dove pesano soprattutto i salari, i prodotti energetici, i fertilizzanti e le sementi, Ismea registra un aggravio dei costi sostenuti dagli agricoltori di oltre il 20% su base annua (dopo il +5,7% del 2021). I rincari, guidati dagli incrementi record dell’energia (circa +51%) e dei fertilizzanti (+36%), hanno investito tutti i settori seppure con intensità differente a seconda della combinazione dei fattori produttivi, risultando più accentuati nel caso delle coltivazioni industriali, dei semi oleosi e delle colture cerealicole, anche se il contestuale aumento dei prezzi di vendita ha protetto, almeno fino ad ora, le marginalità.

Per l’istituto, l’attuale crisi dei prezzi sta investendo tutti gli anelli della filiera agroalimentare, dalla produzione primaria alla trasformazione industriale sino al consumo finale, configurandosi come un evento di portata straordinaria.
Al fine di indagare gli impatti dei rincari e delle difficoltà di approvvigionamento che le aziende stanno fronteggiando, Ismea ha condotto un’indagine su un campione di 795 aziende del settore primario e 586 imprese di prima e seconda trasformazione alimentare. Il risultato più evidente è il calo della fiducia degli operatori, con un pessimismo più marcato da parte delle aziende agricole, rispetto alle industrie e, nell’ambito dell’agricoltura, un deterioramento della fiducia più accentuato nelle imprese di zootecnia.

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Confagricoltura: “A rischio olio extra vergine d’oliva”

La produzione olivicola ha avuto una diminuzione media del 30%, che ha raggiunto punte anche 40% rispetto allo scorso anno. Sono le stime rilevate da Confagricoltura: “Se il maggiore bacino per l’olio, con il 75% circa della produzione, scende, va da sè che calerà il totale complessivo italiano. Senza parlare dei rincari a catena che hanno investito tutto il comparto”, si legge nella nota stampa, oltre all’esponenziale crescita del prezzo del gasolio e dell’energia elettrica.

Per effetto dei rincari alla produzione, l’olio extra vergine al consumo non potrà avere un prezzo inferiore a 8,50 euro, rimarca l’organizzazione. Il costo fisso per molire un quintale di olive nella prossima campagna varierà da 11 a circa 27 euro al quintale, a seconda della taglia del frantoio, ai quali occorre sommare il margine del frantoiano. Nei piccoli frantoi, sempre secondo le stime di Confagricoltura, specialmente quelli del nord Italia, si arriverà ad un costo di circa 27 euro a quintale di olive, mettendo a rischio la prosecuzione dell’attività di moltissime realtà.

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