Eolico, a rischio l’industria tecnologica europea?

Un piano mirato potrebbe sbloccare 33 miliardi all’anno di valore aggiunto e creare 180 mila posti di lavoro

L’industria europea dell’eolico si trova a un bivio in cui la leadership tecnologica del continente è minacciata da debolezze strutturali interne e da una pressione geopolitica senza precedenti. A tracciare questo quadro rigoroso è lo studio Establishing a dedicated european fund for wind research & competitiveness, sviluppato dalla società di consulenza Trinomics con il supporto scientifico dell’università Tecnica della Danimarca (Dtu), su commissione di WindEurope. Il rapporto lancia un monito chiaro ai decisori politici di Bruxelles: senza una strategia di finanziamento unificata e mirata, l’Europa rischia un declino settoriale relativo che la porterebbe a perdere quote di mercato sia sul fronte interno che su scala globale, compromettendo la propria autonomia strategica e gli stessi obiettivi di neutralità climatica.

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Foto di Matt Artz su Unsplash.

La concorrenza asiatica e i nodi strutturali

Il comparto eolico europeo si trova a fare i conti con un’asimmetria competitiva diventata ormai insostenibile. Da un lato, i produttori europei di apparecchiature originali si trovano a navigare in un contesto macroeconomico complesso, caratterizzato dall’impennata dei costi delle materie prime, tassi di interesse elevati, interruzioni persistenti nelle catene di approvvigionamento e una forte contrazione della liquidità. Questo mix ha indebolito la resilienza finanziaria delle imprese, riducendo drasticamente la loro capacità di investire in ricerca e in espansione industriale.

Le conseguenze sul territorio sono tangibili: dal 2010 a oggi, circa cento siti di produzione eolica hanno chiuso i battenti in Europa, e diversi produttori hanno recentemente congelato o cancellato investimenti già pianificati a causa di una domanda di mercato debole o incerta. Dall’altro lato della scacchiera globale si colloca la Cina, i cui produttori beneficiano di un massiccio e sistematico supporto pubblico. Le analisi dell’Ocse evidenziano come, tra il 2006 e il 2023, i produttori di turbine cinesi abbiano ricevuto aiuti di Stato (sotto forma di sovvenzioni, prestiti agevolati e sgravi fiscali) per un valore compreso tra il 2% e il 5% dei loro ricavi annuali.

Per contro, il sostegno destinato ai produttori europei nel quadriennio tra il 2021 e il 2024 è rimasto al di sotto dell’1%. Questa disparità ha spinto la Commissione Europea ad aprire un’indagine formale sui sussidi cinesi per verificare le distorsioni del mercato interno. Pechino, inoltre, riesce a catalizzare una quota nettamente superiore di investimenti da venture capital e private equity, mantenendo flussi di cassa più stabili e costi di produzione inferiori, un vantaggio competitivo amplificato dal fatto che le aziende europee devono invece sottostare a regole di mercato, normative e aiuti di Stato decisamente più stringenti.

Eolico e industria, i limiti della burocrazia europea

Il rapporto di Trinomics mette in luce come l’attuale architettura dei finanziamenti europei sia inadeguata a rispondere alla rapidità della sfida industriale. Le risorse destinate alla ricerca e all’innovazione nel settore eolico sono frammentate in ben dodici programmi di finanziamento diversi, i quali operano prevalentemente attraverso bandi generici e neutrali dal punto di vista tecnologico. Di norma, all’eolico viene assegnata una quota ampiamente inferiore al 2% dei budget totali dei programmi europei a cui avrebbe accesso.

Anche a livello nazionale il supporto si presenta fortemente squilibrato, basti pensare che tra il 2021 e il 2023 ben tre quarti dei finanziamenti totali sono arrivati da appena cinque Paesi membri. Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dalla lentezza burocratica. Le aziende del continente che si candidano per i fondi europei devono affrontare cicli di approvazione lunghissimi e pesanti oneri amministrativi, causati dalla molteplicità di strumenti con calendari, regole di cofinanziamento e processi di rendicontazione differenti. Il tempo medio per arrivare alla firma di un contratto all’interno di Horizon Europe o dell’Innovation Fund supera i nove mesi.

Al contrario, la Cina si muove con strumenti decisamente più agili, come dimostrano i dati del Centro di scambio scientifico e tecnologico cinese, che fissa un obiettivo di appena 120 giorni per la concessione dei fondi, con tempi effettivi di approvazione che si attestano tra i quattro e i cinque mesi. Se le politiche europee, come il Wind Power Action Plan, hanno in parte affrontato le prime fasi della ricerca e della prototipazione, manca del tutto un quadro di finanziamento solido per le fasi a più alto livello di maturità tecnologica, ossia quelle comprese tra i livelli Trl 7 e 9. È proprio qui, nella fase della dimostrazione commerciale e della scalabilità industriale, che le aziende avrebbero bisogno del massimo supporto per la riduzione del rischio, un vuoto che né il Net-Zero Industry Act né le proposte dell’Industrial Accelerator Act sono ancora riusciti a colmare.

Il progetto del Wind Fund per la rinascita industriale

Per superare queste barriere, lo studio propone l’istituzione di un fondo europeo dedicato alla ricerca e alla competitività dell’eolico, il cosiddetto Wind Fund. Questo strumento verrebbe strutturato su un modello di finanziamento a fasi, strettamente calibrato sul livello di maturità delle singole tecnologie. Nelle prime fasi di ricerca si punterebbe su sovvenzioni a fondo perduto per coprire l’alto rischio tecnologico. Avanzando verso la prototipazione e lo sviluppo del prodotto, il supporto diventerebbe misto, integrando elementi rimborsabili e strumenti finanziari combinati per colmare i deficit di bancabilità a fronte di fabbisogni di capitale crescenti.

Infine, per le fasi di commercializzazione e maturità del mercato, il fondo interverrebbe con meccanismi di condivisione del rischio, garanzie mirate e prestiti agevolati per attirare i finanziatori privati e abbattere il costo del capitale. La governance del fondo vedrebbe la presenza di un consiglio direttivo strategico incaricato di definire la rotta e di un team di gestione snello per la conduzione dei bandi e il monitoraggio dei risultati, allineando le priorità di spesa direttamente alle reali necessità della filiera espresse dalle piattaforme industriali del settore. L’obiettivo fondamentale è la transizione verso un’allocazione delle risorse più agile e focalizzata, capace di superare la neutralità tecnologica che ha finora diluito l’efficacia dei fondi comunitari.

L’impatto macroeconomico e i benefici per l’autonomia energetica

I benefici derivanti dall’adozione di un simile strumento entro il 2040 verrebbero avvertiti in modo trasversale sull’intera economia del continente. Il confronto statistico elaborato nel rapporto tra uno scenario di continuità burocratica e l’attivazione del Wind Fund evidenzia un ritorno sull’investimento straordinario: ogni singolo euro di finanziamento pubblico stanziato sarebbe in grado di generare un ritorno economico pari a sette euro ogni anno. In termini assoluti, il fondo garantirebbe un incremento del valore aggiunto lordo stimato in 33 miliardi di euro all’anno, portando il totale settoriale a 123 miliardi di euro contro i 90 miliardi previsti nello scenario d’inerzia.

L’impatto occupazionale si tradurrebbe nella creazione di 180 mila nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto, spingendo la forza lavoro complessiva della filiera a 760 mila occupati. Notevole sarebbe anche il balzo sul fronte della bilancia commerciale, con il valore delle esportazioni di apparecchiature eoliche che salirebbe a 17,1 miliardi di euro all’anno, registrando un incremento netto di 12,6 miliardi rispetto allo scenario base. Questo consentirebbe all’Europa di mantenere una quota di mercato globale sulla produzione vicina al 30%. Sul piano interno, l’attivazione del piano permetterebbe di installare 94 gigawatt di capacità eolica aggiuntiva rispetto alla tendenza attuale, portando la quota di elettricità europea coperta dal vento oltre la soglia del 40% entro il 2040.
L’effetto più strategico riguarda tuttavia la sicurezza energetica e la sovranità tecnologica.

Il potenziamento della filiera consentirebbe all’Europa di realizzare i nuovi parchi eolici mantenendo una quota di servizi e apparecchiature di provenienza domestica pari all’89,4%, quasi il doppio rispetto al drammatico 47,1% a cui si rischierebbe di scivolare qualora i produttori continentali venissero progressivamente sostituiti dai fornitori asiatici.

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Freelance nel campo della comunicazione, dell’editoria e videomaker, si occupa di temi legati all’innovazione sostenibile, alla tutela ambientale e alla green economy. Ha collaborato e collabora, a vario titolo, con organizzazioni, emittenti televisive, web–magazine, case editrici e riviste. È autore di saggi e pubblicazioni.