Emissioni in calo del 30%: la sfida del clima in Italia

Focus sul rapporto Ispra

L’Italia si trova a un bivio cruciale nella lotta alla crisi climatica: a fotografare lo stato dell’arte è il rapporto sulle emissioni di gas serra, curato dall’Ispra. I dati consolidati delineano una riduzione complessiva delle emissioni climalteranti nazionali, al netto del settore forestale, pari al 30,2% nel periodo compreso tra il 1990 e il 2024. Un risultato indubbiamente significativo, guidato dalla progressiva decarbonizzazione del sistema elettrico e dall’efficienza industriale, ma che non mette ancora al sicuro il Paese rispetto ai vincolanti obiettivi europei del pacchetto Fit for 55, che richiede un taglio netto del 55% entro il 2030, e al nuovo target intermedio del 2040 che punta a una contrazione del 90%, prima di giungere alla neutralità climatica entro il 2050.

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Foto di Ethan Dow su Unsplash.

L’urgenza di tali interventi è d’altronde rimarcata dagli effetti tangibili dei mutamenti del clima sul territorio nazionale, caratterizzati dall’aumento delle temperature medie, dalla siccità prolungata e da eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, con pesanti ripercussioni sulla biodiversità e sulle attività economiche.

La fotografia delle emissioni nazionali

Il settore dell’energia continua a rappresentare la principale fonte emissiva del Paese, coprendo da solo l’81% del totale nazionale dei gas climalteranti. Questo comparto è responsabile della quasi totalità delle emissioni di anidride carbonica e di quote significative di metano e protossido di azoto. I progressi conseguiti nell’ultimo ventennio sono legati all’entrata in esercizio di moderni impianti a ciclo combinato e alla forte penetrazione del fotovoltaico e delle biomasse nel riscaldamento civile.

Se i settori industriali mostrano segnali di parziale disaccoppiamento tra crescita e impatto ambientale, il comparto dei trasporti si conferma la vera spina nel fianco delle politiche di mitigazione nazionali, registrando una crescita delle emissioni del 10,2% tra il 1990 e il 2024. Guardando esclusivamente al trasporto su strada, l’incremento sale all’11,7%. Questo andamento critico è stato generato da un’espansione imponente della flotta veicolare e delle percorrenze chilometriche complessive che ha caratterizzato il Paese fino al 2007.

La successiva contrazione dei consumi e l’introduzione di motorizzazioni più efficienti avevano permesso un parziale recupero, vanificato però dalle dinamiche successive alla pandemia. Dopo il crollo del 2020, la mobilità stradale ha vissuto un recupero vigoroso, riportando i valori emissivi al di sopra dei livelli pre-pandemici. L’anidride carbonica costituisce il 99,1% dei gas emessi su strada, direttamente legata ai consumi di gasolio e benzina, che continuano a dominare il mix energetico della mobilità nazionale nonostante la timida crescita dell’elettricità e dei biocarburanti.

La decarbonizzazione nelle campagne

Un contributo positivo alla riduzione dei gas serra giunge dal settore dell’agricoltura, che incide per il 7,7% sul bilancio nazionale ed evidenzia un calo del 22,3% rispetto ai livelli del 1990. La flessione è l’effetto combinato di fattori strutturali, quali la contrazione del numero di capi di bestiame allevati e delle superfici agricole coltivate, e di innovazioni metodologiche nella gestione delle deiezioni zootecniche. Ha pesato in modo significativo anche la forte riduzione dell’uso di fertilizzanti sintetici azotati, condizionata negli ultimi anni dalle forti oscillazioni dei prezzi di mercato che hanno spinto gli operatori a razionalizzare gli acquisti.

Parallelamente, il comparto della gestione dei rifiuti mostra i frutti di trent’anni di riforme normative e di evoluzione tecnologica. Le emissioni derivanti dall’incenerimento senza recupero energetico sono crollate dell’86% dal 1990 al 2024. Il progressivo bando del conferimento in discarica dei rifiuti biodegradabili, scesi ben al di sotto dei limiti europei e nazionali, ha ridotto drasticamente le esalazioni di metano.

Il merito va attribuito allo sviluppo della raccolta differenziata e alla crescita esponenziale degli impianti di compostaggio e di digestione anaerobica della frazione umida, capaci di trasformare lo scarto in risorsa. Anche nel settore del trattamento delle acque reflue civili e industriali si nota un trend virtuoso, dove il progresso tecnologico e il ricircolo delle acque di lavorazione hanno abbattuto il carico organico inquinante e le relative emissioni fuggitive.

Le foreste italiane campionesse di assorbimento della CO2

Nota decisamente sopra le aspettative arriva dal settore dell’uso del suolo, dei cambiamenti di uso del suolo e della silvicoltura. Questo comparto non produce emissioni nette, ma agisce come un immenso serbatoio di assorbimento del carbonio atmosferico. Secondo le rilevazioni dell’Ispra, gli assorbimenti forestali al 2030 nello scenario di riferimento toccheranno quota -42,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, superando ampiamente l’obiettivo politico assegnato all’Italia dalla Commissione Europea, pari a -35,8 milioni di tonnellate.

Questo straordinario polmone verde è alimentato dall’espansione della superficie boschiva nazionale, cresciuta del 46,4% dal 1990 a oggi. Al contempo, la progressiva diffusione di pratiche agricole e gestionali sostenibili, come l‘agricoltura biologica, le tecniche di coltivazione conservativa e la gestione integrata dei suoli, ha incrementato in modo significativo la capacità dei terreni agricoli, dei prati e dei pascoli di intrappolare il carbonio direttamente nel terreno, contrastando l’erosione e la perdita di sostanza organica.

Scenari futuri tra inerzia delle politiche e la svolta del Pniec

La sfida cruciale si gioca ora sulle proiezioni a medio e lungo termine elaborate dall’Ispra, che mettono a confronto due traiettorie distinte per il futuro energetico e climatico dell’Italia. Lo scenario di riferimento, basato esclusivamente sulle politiche ambientali e strutturali adottate ed effettivamente implementate fino alla fine del 2022, mostra con chiarezza che il Paese non è in grado di raggiungere gli obiettivi di riduzione vincolanti stabiliti dal Regolamento Effort Sharing per i settori non industriali come trasporti, edilizia civile, agricoltura e piccoli impianti. Questo scenario inerziale prevede sì una costante diminuzione dei gas serra fino al 2055, con un tasso medio dell’1,3% annuo, ma lascerebbe l’Italia distante dal traguardo del -43,7% al 2030 rispetto ai livelli del 2005 richiesto da Bruxelles.

Per colmare questo divario, il sistema nazionale ha elaborato lo scenario con politiche aggiuntive, che integra le misure e le riforme strutturali pianificate nell’aggiornamento del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec). L’adozione tempestiva di questo pacchetto di interventi cambierebbe radicalmente il volto emissivo del Paese. Nel settore civile e residenziale, il rafforzamento degli incentivi finanziari in un’ottica rigorosa di costi-benefici, l’evoluzione dei comportamenti di consumo e l’elettrificazione del riscaldamento permetterebbero di abbattere le emissioni del 27% entro il 2030 e del 62% entro il 2055, segnando un netto passo avanti rispetto allo scenario base.

In agricoltura, l’introduzione di misure aggiuntive focalizzate sul potenziamento della digestione anaerobica, con l’avvio al trattamento dal 50% al 60% degli effluenti zootecnici bovini, suini e avicoli, consentirebbe la produzione di 9,6 miliardi di metri cubi di biogas al 2030, riducendo le emissioni del comparto di un ulteriore 5%.

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