Mentre l’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) ribadisce il suo “no” alla ripresa delle trivellazioni nell’Alto Adriatico per scongiurare l’aggravarsi della subsidenza in Polesine, i dati scientifici internazionali confermano che l’emergenza climatica ha subito un’accelerazione senza precedenti.
Un continente sotto scacco: i dati di Copernicus
Il “Rapporto sullo stato del clima europeo 2025” pubblicato da Copernicus rivela una realtà inquietante: dagli anni ’80, l’Europa si scalda a una velocità doppia rispetto alla media mondiale. Nel 2025, il termometro europeo ha segnato un +0,87°C, contro lo 0,44°C della media globale.
Le conseguenze sono visibili nei ghiacci: la calotta della Groenlandia ha perso 139 gigatonnellate di massa in un solo anno, contribuendo a un innalzamento dei mari che, dal 1993 a oggi, ha già superato i 10 centimetri. Il Mediterraneo non è immune: la temperatura superficiale delle acque ha raggiunto i 21,35°C (1,03°C sopra la media), esponendo oltre la metà del bacino a ondate di calore marine “severe o estreme”.
Italia: il paradosso idrico e la crisi del Nord
Se le temperature marine minacciano la biodiversità (con le praterie di Posidonia oceanica a rischio estinzione entro il secolo), la situazione sulla terraferma non è meno preoccupante. Il report settimanale dell’Osservatorio ANBI descrive un’Italia idricamente “capovolta”.
Il tracollo del Nord
Le criticità maggiori si concentrano nel Settentrione, dove la neve – la nostra principale riserva d’acqua – è ai minimi termini:
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Lombardia: il deficit di riserva idrica nivale (SWE) è del -60,6%. Rispetto al 2025, il manto nevoso è dimezzato.
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Veneto: l’Adige è in sofferenza estrema. Con una portata di soli 68,43 m³/s alla foce, si trova ben al di sotto della soglia critica (79 m³/s) necessaria a fermare l’intrusione salina.
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Emilia-Romagna: fiumi storici come il Reno, il Secchia e il Taro sono scesi sotto i minimi storici. Anche il Po accusa il colpo, con un deficit del 41% nel tratto ferrarese.
Centro e Sud: un quadro a tinte fosche
In Toscana, l’Arno registra un deficit dell’80% rispetto alla media ventennale. Nel Lazio, invece, si assiste a un paradosso: il Tevere gode di una salute migliore dell’Adige, con portate superiori del 33% rispetto al fiume veneto, che solitamente dovrebbe essere molto più ricco d’acqua. Al Sud, dopo i nubifragi di inizio mese, le dighe hanno iniziato a svuotarsi per far fronte alle prime esigenze irrigue, con la Basilicata che ha perso 8 milioni di metri cubi in una sola settimana.
L’appello di ANBI: “Servono infrastrutture, non parole”
“La crisi climatica sta pregiudicando la vita di intere comunità,” avverte Francesco Vincenzi, presidente di ANBI. “I decisori politici devono agire: il futuro è già oggi. Abbiamo proposto un Piano Invasi insieme a Coldiretti e un progetto per l’efficientamento della rete idraulica. Sono strumenti pronti, che attendono solo di essere attuati.”
Secondo Massimo Gargano, direttore generale di ANBI, la fotografia attuale dell’Italia sottolinea l’urgenza di “infrastrutture capaci di calmierare l’estremizzazione degli eventi, raccogliendo l’acqua quando cade in eccesso per trasportarla laddove serve”. Senza interventi strutturali, la resilienza del sistema Paese di fronte a un clima che non perdona rischia di sgretolarsi come i ghiacciai alpini.
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