Gorno-badakhshan: breve storia di una cultura energeticamente confinata

L’isolamentismo moderno voluto dal governo centrale priva oggi i Pamiri di infrastrutture chiave atte a migliorare le condizioni di vita della popolazione e allo sviluppo economico della regione

Tonalità di Fumo di Londra e Terra di Siena dipingono il paesaggio aspro del Gorno-Badakhshan, regione sospesa nell’altopiano del Pamir, dove dal I millennio a.C. un oceano di monti e un mosaico di laghi danno ospitalità e intimità a popolazioni iraniche di pastori e agricoltori, i Pamiri.

Bām-i dunyā in tagico, tetto del mondo in italiano, è così che viene soprannominato l’altopiano dai locali. Montagne che superano i 7000 metri e vallate che partono dai 3.500 il Pamir è un nodo geografico che connette le principali catene dell’Asia centrale e meridionale. A sud si collega con l’Hindu Kush afghano, a sud-est con l’Himalaya, e a nord-est con i massicci del Tien Shan.

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Natura in Gorno-badakhshan

Il Gorno-Badakhshan (o GBAO) è una terra estrema, isolata, con inverni polari e aridi e strade impervie spesso impraticabili per mesi interi. La capitale regionale, Khorog, che affacciata sul fiume Panj al confine con l’Afghanistan, rappresenta l’unico centro urbano di rilievo in un puntinismo di piccoli villaggi disseminati tra vallate e altipiani. È qui che la vita dei Pamiri scorre in un equilibrio fragile in una delle regioni più ostili del pianeta.

L’isolamento dei Pamiri, storia di un’identità segregata

Il Gbao occupa il 45% del Tagikistan, ma ospita appena il 3% della sua popolazione, totalmente rappresentata dai Pamiri. Storicamente Tagichi e Pamiri non sono mai stati abitanti della stessa terra, il Gorno-Badakhshan pamiro e le regioni centro-occidentali del Sughd e Khatlon tagiche sono geograficamente due entità molto distinte. Il che ha portato allo sviluppo de facto di due popolazioni linguisticamente, etnicamente e culturalmente diverse. Le lingue pamire appartengono al gruppo iranico-orientale (con forti influenze dal kirghizo), mentre quelle tagiche a quello iranico-sudoccidentale: hanno sì radici comuni, ma non sono affatto mutuamente intellegibili.

Screenshot 2025 09 12 Alle 16.01.43Queste differenze, però, spiegano solo una parte della distanza. L’isolamento pamiro non deriva soltanto da barriere linguistiche e geografiche, ma anche da un intreccio di fattori religiosi e politici che hanno scavato solchi profondi. In un Tagikistan a prevalenza sunnita di scuola hanafita, i Pamiri professano l’Islam ismailita, una corrente sciita minoritaria che li lega all’Aga Khan e a più ampie reti global. La condizione di marginalità si è inoltre accentuata con l’eredità sovietica. Il Gorno-Badakhshan godeva dello status di oblast autonomo, una concessione che, pur limitata, cristallizzava formalmente la sua peculiarità. Con il crollo dell’URSS, quella prerogativa si è dissolta; il nuovo Stato tagico indipendente ha imposto un centralismo che i Pamiri hanno vissuto come espropriazione identitaria di un’indipendenza millenaria. La guerra civile degli anni Novanta ha poi radicalizzato la frattura. Schieratisi in larga parte con l’opposizione, i Pamiri sono stati sottoposti a repressioni sistematiche, militarizzazione, persianizzazione e sorveglianza permanente. Da allora la regione vive come un corpo estraneo allo Stato, controllata più che integrata, marginalizzata più che rappresentata.

Il buio del tetto del mondo

Le tipiche abitazioni pamire, chiamate Chiduni Chid, sono santuari domestici, dove architettura e spiritualità si fondono. In un ambiente ostile, esse non offrono solo rifugio dal gelo, ma custodiscono la memoria collettiva di un popolo. Tipicamente costruite in legno argilla e pietra sono formate da un tetto piatto e da cinque travi o colonne che rappresentano i “Cinque Purissimi” dell’Islam sciita, Maometto, Fatima, Ali, Hassan, Hussein. Ad oggi però, visitando il Gorno-Badakhshan troverete molto raramente questo tipo di abitazioni, il motivo? La povertà.

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Ai tempi in cui l’economia non era ancora globalizzata, il Gbao godeva di una posizione strategica in quanto nodo precipuo nella Via della Seta. L’isolamentismo moderno voluto dal governo centrale priva oggi i Pamiri di infrastrutture chiave atte a migliorare le condizioni di vita della popolazione e allo sviluppo economico della regione. Nel Gorno-Badakhshan manca l’energia.

Fatta eccezione per la capitale della regione Khorog, il resto delle città è formato da abitazioni basse con muri fatti di un impasto misto di fango, paglia e argilla. Nel Gbao non esiste una reale integrazione con la rete elettrica nazionale. Le linee di trasmissione sono fragili e frammentarie, incapaci di coprire un territorio immenso di 64.200 chilometri quadrati. La maggior parte dei villaggi dipende da piccoli impianti idroelettrici locali, che diventano del tutto insufficienti nei mesi invernali, quando i fiumi ghiacciano e la produzione energetica crolla. In molte comunità la corrente arriva solo per poche ore al giorno, in altre scompare del tutto, costringendo le famiglie a trascorrere mesi senza luce artificiale né riscaldamento elettrico.

Le difficoltà non riguardano soltanto l’energia: non vi sono strade asfaltate, i bacini idrici principali contengono acqua salata e l’infrastruttura di base è pressoché assente. A Murghob, unico centro abitato dell’altopiano orientale, è stato costruito un impianto solare da 220 kW, ma poco distante, in villaggi come Alichur, la popolazione vive undici mesi l’anno senza elettricità. Le poche strutture di accoglienza per i rari turisti e gli edifici militari dispongono di generatori a diesel o di piccoli pannelli solari, ma il loro uso è rigidamente regolato: luce, acqua calda e riscaldamenti elettrici sono beni razionati. È normale rimanere giorni senza poter ricaricare un cellulare, così come è normale non avere accesso a una doccia calda.

Dal 2002 la fornitura elettrica del Gbao non è più gestita dalla compagnia nazionale Barqi Tojik, ma da Pamir Energy, società sostenuta dalla Banca Mondiale e dalla rete dell’Aga Khan. L’azienda oggi controlla 11 mini-idroelettriche, per una capacità complessiva di circa 44 MW, e una rete di distribuzione di 2.600 chilometri. Numeri che sembrano rilevanti, ma che, diluiti in un territorio di queste dimensioni, restano largamente insufficienti. Un paradosso, se si pensa che il Tagikistan è uno dei Paesi con il maggiore potenziale idroelettrico al mondo, stimato in 527 miliardi di kWh l’anno, eppure, solo il 5% di questa ricchezza è oggi sfruttato.

Il confronto col resto del Tagikistan

L’energia, in Gorno-Badakhshan, non è solo una questione infrastrutturale, ma un simbolo politico. Ogni blackout ricorda ai Pamiri la loro marginalità, ogni pannello solare acquistato collettivamente testimonia la resilienza di comunità lasciate a sé stesse. Nel “tetto del mondo”, la luce elettrica non è una garanzia statale, ma un atto di resistenza quotidiana. La disparità con il resto del paese è lampante; nelle regioni di Sughd e Khatlon, più integrate alla rete nazionale, le famiglie hanno accesso continuo all’elettricità, con un consumo medio pro capite di circa 2.200 kWh l’anno. Nel Gbao, invece, l’energia disponibile per abitazione è una frazione di quella media, circa 250 kWh annui. Laddove nel resto del Paese l’elettricità è data per scontata, qui è intermittente, instabile e profondamente iniqua.


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Analista di difesa e sicurezza internazionale, ha una Laure Magistrale in Relazioni internazionali con major in security presso l'università LUISS Guido Carli di Roma, ed un MA in intelligence and International Security ottenuto presso il dipartimento di War Studies del King's College di Londra. Ha collaborato con la Marina Militare italiana nel ruolo di Political Advisor (POLAD) nell'ambito dell'esercitazione militare Mare Aperto 2022, ha inoltre collaborato con BizGees un team di professionisti che sostiene imprenditori e comunità di rifugiati a livello globale. Infine è stato analista per NCT Consultants, una società di consulenza, addestramento e networking attiva nel campo delle minacce non convenzionali, in particolare nei settori CBRN, EOD, C-IED e HAZMAT e main editor della rivista CBNW Magazine. Ha alle spalle alcune pubblicazioni presso prestigiosi enti nazionali ed internazionali come Rivista Aeronautica e il CSDS, trattando temi come le nuove frontiere della sicurezza artica e l'utilizzo di UAV in scenari bellici.