Etica e morale: così dovrà essere la “giusta” transizione energetica

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Non si può prescindere dagli orientamenti morali ed etici per governare la transizione verso la decarbonizzazione delle economie globali. È il messaggio emerso ieri nel corso del convegno “Una Transizione giusta per la nostra Casa Comune: Energia, Lavoro e Sradicamento della Povertà” organizzato a Roma dal WWF e dalla Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (FOCSIV).

Sullo sfondo tre appuntamenti importanti che nel 2015 hanno evidenziato l’urgenza di adottare nuove politiche energetiche: la Laudato sì di Papa Francesco, la prima Enciclica della storia dedicata all’ambiente, la COP21 di Parigi, che ha fissato il contenimento del riscaldamento climatico a 1,5°C, e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile posti dall’Onu.

Nel presente la necessità di slegarsi dal “vecchio modello economico che ha portato pochi Paesi ad avere il possesso delle risorse energetiche e produttive”, come evidenziato da Gaetano Benedetti di WWF Italia, e di esigere un maggiore impegno dai “Paesi su cui grava la maggior responsabilità storica in termini di emissioni di CO2”. Cercando poi di non incorrere nella “dilatazione temporale”, che rischia di vanificare le azioni e le intenzioni sinora sottoscritte.

Una trasformazione dei modelli di produzione e consumo che deve arginare i pericoli del cambiamento: “Si creeranno nuovi poveri e crescerà la divisione tra paesi ricchi, emergenti e impoveriti”, sottolinea Gianfranco Cattai, Presidente FOCSIV. Inoltre, la “produzione di biocarburanti da mais e canna da zucchero aprirà nuove opportunità per le aziende, ma espanderà le monocolture e promuoverà l’espulsione delle piccole realtà contadine e indigene”. Un lavoro in cui non dovrà mancare il dialogo continuo tra Paesi, perchè “siamo una sola grande famiglia umana”.

D’accordo anche Barbara Degani, Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente, che ha affermato: “Questo sviluppo economico deve essere durevole. La partita si gioca con risorse occidentali, ma non in paesi occidentali: ma in Africa ad esempio”. In quest’ultimo caso bisognerà capire “come le banche investiranno in queste nuove economie – come evidenziato da Samantha Smith, dell’Iniziativa globale su clima ed energia di WWFE quali fondi, pubblici e privati, verranno adoperati per produrre nuove tecnologie che creeranno benessere e posti di lavoro”.

Su quest’ultimo punto sono tante le opportunità. Come mostrato da Kees van der Ree, Coordinatore del Programma Green Jobs dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), bisognerà spingere il cambiamento nelle aree rurali, in paesi come il Bangladesh ad esempio dove “le donne possono diventare imprenditrici installando e manutenendo pannelli solari in villaggi rurali”, in modo da promuovere l’accesso all’energia e creare nuove opportunità di mercato, ad esempio legate ai caricatori di batterie. E se lo sviluppo sociale deve concorrere con la sostenibilità ambientale, la parità e l’uguaglianza di trattamento, deve puntare anche sulla formazione di nuove competenze; soprattutto per quei dipendenti che, magari licenziati da una centrale alimentata con combustibili fossili, verranno reimpiegati nel campo delle rinnovabili. E poi c’è un altro esempio importante: il fenomeno delle tariffe feed-in, “meccanismo secondo il quale la bioenergia prodotta dall’agricoltore e l’energia solare prodotta dall’utente domestico possono essere rivendute ai gestori, come accade già in Francia“. Un modo per aumentare i green jobs: si parla di 60 milioni nuovi di posti di lavoro entro il 2030.

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Ivonne Carpinelli
Giornalista con la passione per l'ambiente e l'energia lavoro con Gruppo Italia Energia dal 2014. Mi occupo anche di mobilità dolce e alternativa, nuove costruzioni, economia circolare, arte e moda sostenibile. Esperta nella gestione dei social network e nel montaggio video non esco mai senza penna, taccuino e... smartphone.