Anche le zone più remote dell’Oceano – spesso escluse dalle rotte marittime registrano un’elevata concentrazione di microplastiche. E’ la scoperta di un team di scienziati del Geomar Helmholtz Centre for Ocean Research di Kiel che hanno analizzato dei campioni rilevati in occasione della Volvo round-the-world ocean race, una gara di vela che tocca diverse tappe su scala globale.

I dati nell’Oceano Indiano

Dai dati è emerso in particolare – come si legge sul Guardian che riporta la notizia –  che nell’Oceano Indiano Meridionale, a 45,5 gradi di latitudine sud, la concentrazione di microplastiche è particolarmente elevata. Si parla in particolare di 42 particelle per metro cubo, un dato definito “sorprendente” dal team di scienziati, vista l’estensione dell’area.

“I dati sulle microplastiche non sono stati presi da questa area estremamente remota prima e ciò che abbiamo trovato era relativamente alto“, ha detto al Guardian  Sören Gutekunst, uno dei ricercatori. “Ci sono luoghi nell’oceano che non vengono osservati ed è per questo che è così speciale per noi fare questo. È incredibile che abbiamo l’opportunità e questo potrebbe portare a molte più conoscenze su ciò che sta accadendo con le microplastiche nell’oceano “, ha aggiunto lo scienziato.

Concentrazioni elevate nel Nord Atlantico e Mediterraneo

Le rilevazioni effettuate hanno inoltre mostrato come i più alti livelli di microplastiche siano quelli attorno alle coste europee del Nord Atlantico e del Mediterraneo. Lì il dato è compreso nel range che va da 180-307 particelle per metro cubo. Numeri sconcertanti sono anche quelli raccolti al largo della costa di Città del Capo (152 per metro cubo) e della costa australiana (114-115 particelle per metro cubo).

In totale a livello globale più di 8 milioni di tonnellate di plastica vengono disperse nell’Oceano ogni anno.

Micro-plastiche e impatto sulla catena alimentare

La presenza di micro-plastiche negli Oceani fa sentire i suoi effetti negativi non solo sull’ecosistema marino, ma anche sull’intera catena alimentare. Questo in particolare emerge dallo studio di grandi animali- come la balenottera, lo squalo e la manta – che si nutrono di plancton o di prede e arrivano a ingerire grandi quantità di questi materiali. Da notare è il fatto che il fenomeno si verifica anche anche nelle zone degli Oceani considerati più puliti, come emerge da una ricerca ( a cui è dedicato un articolo su Wise society) realizzata dall’Università di Siena in collaborazione con la Marine Megafauna Foundation, della Murdoch University (Australia) e pubblicata sulla rivista scientifica Trends in Ecology & Evolution.  Dalle ricerche è stato evidenziato  – nel plancton e negli organismi plantofagi come balene e squali  – un alto livello di ftalati, ovvero composti additivi della plastica nocivi per i mammiferi in quanto  distruttori endocrini.

Effetti sulla salute dell’uomo

Secondo un rapporto FAO al momento non ci sono dimostrazioni scientifiche che una situazione di questo tipo impatti in maniera diretta anche sulla salute dell’uomo nel momento in cui si nutre di pesci che hanno ingerito micro-particelle di plastica. Tuttavia non si esclude che nel tempo possano insorgere problemi legati all’eccessiva assunzione di sostanze inquinanti.

 

 

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