La transizione ecologica ha ormai cambiato marcia, ma quanto sappiamo davvero del reale impatto ambientale delle tecnologie che consideriamo “pulite”? Se in fase operativa il vento e il sole non comportano combustione, riducendo le emissioni a livelli irrilevanti, il vero nodo critico si sposta a monte: nella filiera produttiva. Forse avrebbe più senso mettere una “taglia sulla CO₂” e remunerare ciò che non si emette più che far pagare ciò che si emette? Sentiamo nell’intervista di Agnese Cecchini la proposta di Enrico Mariutti ricercatore e consulente indipendente, che da anni analizza i punti ciechi della narrativa green. Innanzi tutto facendo chiarezza su cosa sappiamo (e cosa ignoriamo) del ciclo di vita dei pannelli fotovoltaici e delle loro opportunità di riciclo dei materiali da cui sono composti. Intervista realizzata nel contesto del progetto Mactee.
Il “carbone invisibile” della manifattura cinese
Il primo grande problema del fotovoltaico risiede nella sua concentrazione geografica. La stragrande maggioranza dei moduli e delle celle è prodotta in Cina, spesso in distretti industriali alimentati dalle cosiddette centrali “in bocca alle miniere”: impianti a carbone costruiti direttamente nel sito di estrazione del combustibile fossile.
“Per queste tecnologie quello che conta sono le emissioni upstream, cioè quanta energia e quante emissioni vengono causate dalla supply chain che serve per produrli”, spiega Mariutti. “In Cina riescono a garantire enormi volumi di produzione a costi estremamente contenuti grazie all’ausilio dell’energia da carbone. Ora, il punto è: quanta energia da carbone? Quando dobbiamo fare i calcoli è questo che ci interessa, e su questo c’è un’opacità totale“.
Secondo il ricercatore, il consenso scientifico attuale soffre di un grave ritardo metodologico. “Il Life Cycle Assessment (la valutazione del ciclo di vita) dei pannelli fotovoltaici si basa ancora su un framework tecnologico di vent’anni fa. L’unica volta che la Commissione Europea si è premurata di guardare dentro questa supply chain per capire come vengono fatti i moduli era all’inizio degli anni duemila“.
Più efficienti, ma più fragili: il paradosso tecnologico
Negli ultimi vent’anni la tecnologia è cambiata radicalmente per rispondere alle logiche di mercato, ma questo ha introdotto nuovi elementi di vulnerabilità che i vecchi modelli di calcolo non considerano.
“Ad oggi non si tiene conto del fatto che lo spessore del foglio di vetro con cui i pannelli sono coperti si è ridotto drasticamente per abbattere i costi, passando in alcuni casi da 3,2 millimetri a 1,6 millimetri. Questo li ha resi molto più vulnerabili“, evidenzia Mariutti. Non solo: “L’aumento dell’efficienza è stato garantito grazie all’aumento della purezza del silicio. Però silicio più puro significa più energia, più cicli Siemens per purificarlo. Questo non è mai stato incluso nei calcoli energetici globali”.
Questo trend tocca una regola aurea dell’evoluzione tecnica: “Mano a mano che le tecnologie diventano più raffinate, diventano anche più fragili. Per massimizzare la produzione e l’economicità, stiamo perdendo la lifespan, la durata della vita. Ci continuiamo a raccontare che questa roba dura trent’anni, ma i test in campo delle società di analisi dicono che la vita media reale è di quindici anni“.
Un accorciamento del ciclo di vita che rischia di far saltare i conti della sostenibilità: “Se un modulo dura dieci anni, il costo dell’elettricità e le emissioni per kilowattora hanno un certo peso. Se durasse cinquant’anni, le emissioni iniziali per costruirlo si spalmerebbero su un arco temporale tale da migliorare drasticamente il profilo ambientale. Oggi, per arrivare a una maggiore efficienza nel breve periodo, aumentiamo le emissioni upstream e riduciamo la durata della vita. Il conto finale rischia di diventare negativo“.
Materiali comuni, ma processi energivori: il miraggio del riciclo
A differenza delle batterie per veicoli elettrici, il fotovoltaico non soffre della scarsità di terre rare o minerali critici come litio e cobalto. Il problema è puramente energetico e strutturale.
“I pannelli richiedono silicio, alluminio per le cornici e le strutture di supporto, e vetro. La bauxite da cui si ricava l’alluminio e la silica per il silicio sono elementi comunissimi sulla Terra. Il problema non è l’accesso, ma il mare di energia necessario per raffinarli“, chiarisce il ricercatore.
Questa iper-purezza dei materiali rende anche il riciclo una sfida complessa e non sempre efficiente dal punto di vista energetico: “Sono piuttosto scettico sul fatto che a questi gradi di purezza si possa recuperare il silicio. Parliamo di silici tecnicamente da ‘9 a 11 N’ di purezza (fino a 99,999999999%). Riciclare quel materiale non mi sembra plausibile se non al prezzo di un enorme costo energetico. Lo stesso vale per il vetro, che deve essere a bassissimo contenuto di ferro per rimanere trasparente e non bloccare la radiazione solare: si può riciclare, sì, ma spesso degradandolo verso altre filiere con requisiti più bassi”.
Un discorso diverso va fatto per i metalli delle strutture portanti: “Sull’alluminio, che è un materiale fortemente energivoro nella fase di produzione primaria, il riciclo evita le fasi iniziali e permette di passare direttamente all’estrusione. Questo dovrebbe essere una priorità sistematica”.
Cambiare le regole: dal mercato alle “taglie” sulla CO₂
Di fronte a un mercato globale dominato da un’economia pianificata come quella cinese, che trae vantaggio dall’obsolescenza programmata e dal ricambio costante dei prodotti, l’Europa si trova in una posizione di forte svantaggio competitivo. Quale può essere, allora, la via d’uscita?
Per Mariutti la soluzione non sta nel tassare, ma nel capovolgere radicalmente l’approccio economico: “Invece di mettere le tasse sulla CO₂, dovremmo mettere delle taglie sulla CO₂. Significa remunerare l’abbattimento effettivo e dimostrabile delle emissioni piuttosto che tassarle. Questo garantirebbe una neutralità tecnologica infinitamente più ampia di adesso. Al pianeta deve interessare la CO₂ che non viene emessa, non la tecnologia specifica usata per farlo“.
L’errore di fondo degli ultimi trent’anni, conclude il ricercatore, è stato l’illusione di poter ingegnerizzare a tavolino il futuro economico e geopolitico: “Quando sono stati firmati gli accordi di Parigi, i leader mondiali avevano in testa i conflitti odierni, le tensioni geostrategiche o l’avvento dell’intelligenza artificiale? Evidentemente no. La storia ci insegna che il futuro è ignoto. Dovremmo elaborare un framework estremamente resiliente e duttile che ci permetta di navigare l’ignoto, invece ci siamo convinti di aver capito tutto e di poter progettare il domani a tavolino. È questa l’idiozia di fondo che non sta funzionando”.
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