Una svolta storica per la governance climatica globale è stata sancita nella tarda serata del 20 maggio 2026 dal voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Con una maggioranza schiacciante di 141 voti a favore e solo 8 contrari, l’ONU ha approvato una risoluzione che sostiene e dà attuazione formale al parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia.
La decisione stabilisce un principio fondamentale: i Paesi hanno un vero e proprio obbligo giuridico internazionale nell’affrontare il cambiamento climatico e nel prevenire danni ambientali significativi. Tra il ristretto gruppo di Stati che si è opposto alla risoluzione figurano gli Stati Uniti.
Per il WWF, questo voto rappresenta una pietra miliare che conferisce un peso politico e istituzionale senza precedenti all’interno del sistema multilaterale, trasformando i principi di diritto in linee guida vincolanti per i governi.
Gli obiettivi vincolanti entro il 2030 e il 2050
Il testo della risoluzione non si limita a enunciazioni di principio, ma esorta esplicitamente gli Stati membri a seguire le indicazioni della comunità scientifica attraverso interventi strutturali ed equi:
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Energie Rinnovabili: triplicare la capacità installata a livello globale entro il 2030.
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Efficienza Energetica: raddoppiare il tasso medio annuo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030.
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Addio al Fossile: avviare un abbandono progressivo, ordinato e giusto dei combustibili fossili nei sistemi energetici, puntando all’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.
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Stop ai sussidi dannosi: eliminare nel minor tempo possibile i sussidi inefficienti ai combustibili fossili che non contrastano la povertà energetica.
“L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di schierarsi dalla parte del diritto, della giustizia e della sopravvivenza. La scienza è chiara da tempo; da oggi anche il diritto lo è.” — Nota del WWF
Geopolitica e contenziosi: aumenta la pressione sugli Stati
L’approvazione a larga maggioranza della risoluzione assume un valore ancora più rilevante nel delicato scenario geopolitico attuale. Il voto dimostra che, nonostante le tensioni internazionali, l’impegno per contrastare l’emergenza climatica e tutelare la natura resta una priorità globale condivisa.
Inoltre, il testo getta solide basi per le future azioni legali sul clima. Il parere dell’ONU si allinea infatti a una tendenza già tracciata da diverse corti nazionali e internazionali negli ultimi anni, come il Tribunale distrettuale dell’Aia nei Paesi Bassi, la Corte europea dei diritti dell’uomo e un tribunale federale in Brasile. D’ora in avanti, per i singoli Stati sarà molto più complesso ignorare il dovere di allineare le proprie politiche energetiche interne a questi standard.
Dalle isole del Pacifico all’ONU: la vittoria dei giovani
Il percorso legale e diplomatico culminato in questo voto nasce dal basso, su iniziativa di un gruppo di studenti di giurisprudenza delle isole del Pacifico. Nazioni insulari come Vanuatu e Tuvalu, pur essendo responsabili di meno dello 0,01% delle emissioni globali di gas serra, si trovano in prima linea a subire la minaccia esistenziale dell’innalzamento del livello dei mari.
La risoluzione rappresenta quindi un tributo alla leadership delle nuove generazioni e delle comunità indigene del Pacifico, capaci di trasformare la crisi vissuta sul proprio territorio in un appello universale alla giustizia climatica. Il messaggio inviato dal Palazzo di Vetro è inequivocabile: il cambiamento climatico è a tutti gli effetti una questione di diritti umani, e gli Stati saranno ritenuti legalmente responsabili dei danni causati al pianeta e alle generazioni future.
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