La competitività di un paese può diventare un modello che guarda anche all’aspetto sociale e di tutela delle persone o deve essere spinto all’estremo dell’indice del profitto?
Cosa accade se si cambia l’ordine degli addendi per cui la competitività da benessere collettivo, diventa la sfida di pochi che grazie a “molti” riescono a inseguire un modello di crescita, guardando alla riduzione sia del costo del lavoro, come dei suoi diritti. Abbattendo i costi di produzione e magari anche la qualità della materia prima utilizzata. Se su tutto questo mettiamo come condimento una decarbonizzazione accelerata, cosa accade al diritto dei lavoratori e, aggiungo, presto anche delle persone nei loro bisogni essenziali come il diritto a curarsi o a vivere in posti sicuri con dei servizi primari di qualità garantiti?
Domande che pesano sui bilanci UE soprattutto se la risposta si misura rispetto a modelli come Stati Uniti e Cina, scarsamente associati a forti diritti dei lavoratori o sistemi di protezione sociale. Ma Negli Usa dal 2000 il reddito disponibile reale è cresciuto quasi il doppio rispetto all’UE. Su questi temi si interroga il rapporto “The future of European competitiveness” e apre diversi temi di riflessione. Cosa significa mettere in crisi il modello di Europa sociale? Se davvero la prima cosa da fare quando si percepisce un errore è interromperne l’origine, forse dobbiamo partire da qui. Un’analisi avulsa da giudizio su cosa sta funzionando e cosa no, non solo in Europa ma nel suo modello di sviluppo può diventare la chiave per riscrivere le pagine di un Europa che sta restando troppo indietro rispetto a economie emergenti, affamate di crescita e disinteressata dell’impatto sull’ambiente e sulle persone.
Un’evoluzione di un modello non semplice e che vede in alcune dichiarazioni del premier spagnolo Pedro Sanchez una visione attenta al sociale, chiedendo un salario minimo europeo. In Italia intanto oggi la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni chiede neutralità tecnologica e semplificazione normativa.
La distanza tra competitività e sostenibilità può essere superata
Il report evidenzia come con la stabilità geopolitica che sta venendo a mancare “le nostre dipendenze si sono rivelate vulnerabilità”. Non solo il modello che sta venendo fuori offre poco spazio a solidi sistemi di welfare o a un controllo democratico sulle decisioni economiche.
Per digitalizzare e decarbonizzare l’economia e aumentare la nostra capacità di difesa, stando a quanto sottolinea il report la quota di investimenti in Europa deve aumentare di circa 5 punti percentuali del Pil, “raggiungendo i livelli visti l’ultima volta negli anni ’60 e ’70. Ciò non ha precedenti: a titolo di paragone, gli investimenti aggiuntivi previsti dal Piano Marshall tra il 1948 e il 1951 ammontarono a circa 1-2% del Pil annuo” evidenziano.
Diventa necessario quindi aumentare in produttività ma farlo preservando il nostro modello di valori di equità e inclusione sociale richiede un cambio radicale. Nel complesso quello che emerge è che l’Europa non agisce come “comunità”.
Tre ambiti di intervento per una Europa produttiva con valori sociali inclusivi
Innovazione:
Per crescere bisogna innovare. In Europa si innova ma serve poi trasformare l’innovazione in commercializzazione. “Le aziende innovative che vogliono espandersi in Europa sono ostacolate in ogni fase da politiche incoerenti e restrittive regolamenti.
Di conseguenza, molti imprenditori europei preferiscono cercare finanziamenti da capitalisti di rischio statunitensi e espandersi nel Mercato statunitense”.

Il report quindi sottolinea come tecnologia e inclusione sociale vadano di pari passo. “Mentre l’Europa dovrebbe puntare a eguagliare gli Stati Uniti in termini di innovazione, dovremmo puntare a superare gli Stati Uniti nel fornire opportunità di istruzione e apprendimento degli adulti e buoni posti di lavoro per tutti per tutta la loro vita”.
Decarbonizzazione e la competitività:
Regole di mercato. Impedimenti per industrie e famiglie di cogliere tutti i benefici dell’energia pulita nelle loro bollette. Tasse e affitti elevati. Tutti elementi che aumentano i costi energetici per la nostra economia.
“Senza un piano per trasferire i benefici della decarbonizzazione agli utenti finali, i prezzi dell’energia continueranno a pesare crescita”. Senza un piano coerente c’è il rischio che la decarbonizzazione possa essere contraria alla competitività e alla crescita.
Aumento della sicurezza e la riduzione delle dipendenze:
Serve una vera UE “politica economica estera” per preservare la nostra libertà – una cosiddetta arte di governare. L’UE dovrà coordinare accordi commerciali preferenziali e investimenti diretti con le nazioni ricche di risorse, accumulare scorte in aree critiche selezionate e creare partenariati industriali per garantire la catena di fornitura delle principali tecnologie. Un tema quello della sicurezza che chiede maggiore attenzione anche da parte della linea strategica da seguire in cui un’industria troppo frammentata vede ostacolata la capacità di produrre su larga scala, manca di standardizzazione e interoperabilità “indebolendo la capacità dell’Europa di agire come potenza coesa”. Un esempio per tutti, in Europa vengono utilizzati dodici diversi tipi di carri armati, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno.
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