L’Europa è nata su un progetto industriale che era siderurgico e l’acciaio non ha più tempo per le mezze misure. Con la sua produzione ad alta intensità energetica ed emissiva, il settore non solo è il grande malato d’Europa – come è stato citato in sala – ma è anche chiamato a rispondere all’urgenza della decarbonizzazione di fronte alle sfide globali. È in questo scenario che il WWF Italia lancia il monito e organizza, il 16 dicembre 2025, il convegno nazionale “Acciaio Verde: la transizione possibile”, presso la Sala Capranichetta a Roma.
L’iniziativa mira a un confronto di tutti gli stakeholder sulle politiche europee, le sfide tecnologiche e le prospettive di mercato. Per un futuro siderurgico a basse emissioni, il percorso di decarbonizzazione deve mettere insieme tre aspetti imprescindibili e correlati – ambientale, sociale, economico – se si vuole andare verso un acciaio che possa davvero dirsi “verde”.
Oltre il ricatto occupazionale
È il primo passo di un percorso a tappe verso l’attuazione della transizione nei settori hard to abate. Il messaggio chiave è lavorare insieme per una transizione che metta insieme tre aspetti fondamentali e interconnessi per il futuro del settore: sociali, economici, ambientali.
Non sono ammesse improvvisazioni, per questo l’avvio di questo percorso avviene attraverso la presentazione di un’analisi rigorosa commissionata da WWF Italia all’Università di Trieste. Lo studio si concentra non solo sugli aspetti strettamente tecnici, ma anche sulle dinamiche globali e sulle conseguenze sociali delle proposte avanzate. Questa attenzione all’impatto sociale non costituisce un elemento occasionale, ma una costante irrinunciabile di quest’approccio, sottolinea Maria Grazia Midulla. “Il binomio ambiente-lavoro non è soltanto mettere insieme degli interessi evitando che vadano a collidere. Si usa spesso il tema ricatto occupazionale. Ma questo tema è una necessità. Se l’attuiamo solo al minimo indispensabile, rischiamo solo di perdere tempo e posti di lavoro”.
L’invito agli interlocutori è il desiderio che l’evento segni l’inizio di un percorso condiviso, evitando di perdere l’opportunità di “pensare al futuro”.
Il binomio ambiente-lavoro non è una semplice manovra per evitare la collisione di interessi o sfuggire al ricatto occupazionale. È una sinergia che rappresenta, al contrario, una necessità strategica. Per questo motivo, per il fatto che i cambiamenti climatici stanno già colpendo l’industria, bisogno evitare di optare per la strategia meno avanzata. In poche parole, ci vuole una visione:
“Mettere insieme i pezzi per rilanciare una nuova alleanza”, sostiene Maria Grazia Midulla, responsabile clima e energia del WWF Italia. “Oggi non si vedono le premesse di un’alleanza, perché non c’è una governance. Sappiamo dove siamo andando? Sappiamo quale sia la prospettiva industriale del paese? Sappiamo di quanto acciaio abbiamo bisogno e dove ne abbiamo bisogno? Lo sappiamo dai calcoli, ma non dalla politica. Quando noi proponiamo una prospettiva di pace non lo facciamo da pacifisti, ma dal punto di vista della prosperità. Per questo c’è bisogno tutti gli stakeholders.”.
Un quadro nazionale in declino
Secondo il report presentato da Andrea Mio, docente di Ingegneria e Architettura all’Università di Trieste, l’analisi della visione nazionale conferma una produzione italiana di acciaio grezzo in discesa. I dati mostrano che, mentre la produzione mondiale è in forte crescita, passando da 189 Mton nel 1950 a una stima di 1885 Mton nel 2024, l’Italia si trova in una fase di contrazione.
Nel 2024, l’Italia è stimata come il 12° produttore mondiale con 20.0 Mton, scendendo dall’11° posto occupato nel 2023. Questa cifra si inserisce in una progressiva diminuzione della produzione registrata a partire dal 2021. Nonostante ciò, la produzione media italiana negli ultimi dieci anni (2015-2024) si attesta ancora su 22.4 Mton.
Nel contesto dei principali paesi produttori di acciaio, l’Italia si colloca al 12° posto nel 2024, seguendo il Vietnam (11° posto) e precedendo Taiwan. La classifica globale è nettamente dominata da Cina, India e Giappone, che occupano le prime tre posizioni. I dati mettono in luce che, nonostante un calo della posizione in classifica, l’Italia rimane un attore significativo, ma deve confrontarsi con una tendenza produttiva in diminuzione che necessita di essere indirizzata strategicamente.
Tre scenari per due strategie
Il percorso di transizione del settore siderurgico è articolato in due fasi temporali distinte, con obiettivi e approcci specifici.
A breve-medio termine (entro il 2035), le strategie si concentrano sulla diminuzione dell’impronta carbonica tramite l’uso di calore da fonti bio-based e la Cattura e Utilizzo/Stoccaggio del Carbonio (CCUS). L’approccio richiede un alto investimento iniziale con l’obiettivo di riconvertire la CO2 in prodotti utili, evitando lo stoccaggio nel sottosuolo, pur mantenendo un’attenzione al potenziale greenwashing legato all’uso della CCS per giustificare investimenti nelle fonti fossili. Sul fronte sociale e ambientale, si prevede la riconversione dei lavoratori addetti agli impianti di cattura, l’importanza di tutelare le culture alimentari e la biodiversità evitando coltivazioni dedicate alla sola produzione di biogas, e un rigoroso controllo e supervisione delle attività di cattura e stoccaggio.
A lungo termine (entro il 2050), la pianificazione si basa su tre scenari distinti tracciati per sostenere una domanda futura di acciaio che mantenga la produzione costante a 25 Mton all’anno, bilanciando 7 Mton da minerale e 18 Mton da rottame. I tre percorsi tecnologici individuati sono:
- Scenario Conservativo (BF + CCU). Il modello produttivo si basa sull’uso di combustibili fossili e sulla forte dipendenza dall’importazione di materie prime come Minerale, Carbone e Rottami. Il processo rimane ancorato all’Altoforno (BF – Blast Furnace). La produzione di energia è prevalentemente affidata al Gas Naturale. La decarbonizzazione è limitata: la cattura di CO2 è considerata una “soluzione a fine ciclo”. L’Idrogeno per la riduzione diretta del ferro (DRI) non è dominante, essendo superato da soluzioni basate sul Gas Naturale.
- Scenario Prospettico (DRI + CCU). Una decarbonizzazione di lungo periodo. Il modello pone al centro l’Idrogeno Verde e il DRI (Direct Reduced Iron) per la produzione di ferro, con la capacità di abbandonare il gas naturale. È contemplata l’espansione di fonti rinnovabili e l’integrazione di bioenergie. La gestione della CO2 va oltre la cattura, e include la sua conversione in prodotti a valore aggiunto (CCU).
- Scenario Auspicabile (DRI-H2). L’obiettivo più ambizioso, con riduzione diretta alimentata interamente a idrogeno. Il sistema impone l’uso dell’Idrogeno Verde come agente riducente primario per la tecnologia DRI su larga scala e l’adozione esclusiva di forni elettrici (EAF). L’intero sistema è alimentato da elettricità da fonti rinnovabili, mirando a eliminare tutte le emissioni fossili dirette.
Dalla valutazione emerge che, mentre tutti gli scenari raggiungono l’obiettivo di una forte riduzione delle emissioni, la scelta si gioca tutta sull’equilibrio tra l’efficienza dei costi (LCOP), favorita dallo Scenario Prospettico, e la massimizzazione dei posti di lavoro, offerta dallo Scenario Auspicabile.
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Tre scenari per due strategie













