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I punti critici relativi al clima sono condizioni oltre le quali i cambiamenti in una parte del sistema climatico si autoperpetuano oltre la soglia di riscaldamento. La loro attivazione può portare a impatti bruschi, irreversibili e pericolosi con gravi implicazioni per il Pianeta (e di conseguenza per l’umanità), tra cui un sostanziale innalzamento del livello del mare dovuto al crollo delle calotte glaciali, l’estinzione di ampie porzioni di biosfera diversificata come la foresta amazzonica o dei coralli tropicali, il rilascio di carbonio dallo scongelamento del permafrost.

David Armstrong McKay, ricercatore presso l’università di Exeter (Regno Unito) e autore principale dello studio Exceeding 1.5°C global warming could trigger multiple climate tipping points, pubblicato su Science, presenta una valutazione aggiornata degli elementi di ribaltamento climatico più importanti e le potenziali implicazioni, comprese le soglie di temperatura, le scale temporali e gli impatti. L’analisi indica che anche il surriscaldamento globale di 1°C, soglia che abbiamo già superato, ci mette a rischio innescando alcuni punti critici di non ritorno. Questa ulteriore rivelazione scientifica fornisce una ragione convincente per limitare il più possibile il riscaldamento aggiuntivo, contrastando gli effetti del cambiamento climatico in atto.

Cinque punti critici stanno per essere superati

Il cambiamento climatico innescato dall’attività antropica ha già portato a un aumento della temperatura media globale di circa 1,1°C rispetto ai livelli preindustriali e un aumento di eventi estremi, come le straordinarie ondate di calore che ha subito durante questa estate l’emisfero settentrionale. Al di là di questi impatti, lo studio focalizza i cosiddetti punti di non ritorno, qualcosa di molto simile a linee rosse del riscaldamento globale. La ricerca di Armstrong McKay ha identificato 16 di queste pietre miliari che, se superate, avranno conseguenze globali per milioni di persone e in alcuni casi alimenteranno ulteriormente le temperature del globo.

Lo studio avverte che cinque di questi punti critici sul clima stanno per essere superati:

  1. il crollo delle calotte glaciali della Groenlandia;
  2. e di quelle nell’Antartide occidentale;
  3. la perdita improvvisa del permafrost boreale;
  4. la massiccia morte dei coralli tropicali;
  5. il collasso delle correnti nel mare del Labrador, al largo del Canada.

Per ogni decimo di riscaldamento extra, la probabilità di superarli diventa più reale. Al punto che gli autori dello studio ritengono che queste cinque svolte saranno superate nonostante l’Accordo di Parigi. L’obiettivo principale di questo patto internazionale è ridurre le emissioni globali di gas serra a un ritmo sufficientemente veloce da mantenere il riscaldamento tra 1,5 e 2°C: per questo, lo studio chiede azioni urgenti per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Inoltre, gli autori si impegnano a sviluppare una migliore valutazione del rischio, ad avviare sistemi di allerta precoce e strategie di adattamento che in alcuni casi saranno irreversibili per centinaia o migliaia di anni, come sottolineato dall’ultima revisione dell’Ipcc.

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Clima e superamento dei punti critici: conseguenze irreversibili

I punti critici sono fondamentali nella scienza del clima perché una volta superati innescano impatti importanti che continueranno nel tempo, “anche se fermiamo o invertiamo il riscaldamento globale”, spiega Armstrong McKay in un articolo del quotidiano spagnolo El País“Ad esempio, una volta innescato il collasso delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale”, aggiunge il ricercatore, “continuerebbero a collassare per le prossime centinaia o migliaia di anni, indipendentemente dal fatto che il riscaldamento si fermi o rallenti ulteriormente”. La perdita di ghiaccio in entrambe le aree potrebbe portare a “un innalzamento del livello del mare di oltre 10 metri per le generazioni future, rimodellando massicciamente le coste del pianeta e spostando le principali città”.

Allo stesso modo, lo studio avverte che la massiccia distruzione della foresta amazzonica, a causa del riscaldamento o della deforestazione, comporterebbe la perdita irreversibile di gran parte della biosfera, anche se entrambe le azioni si fermassero, rilasciando più anidride carbonica e amplificando ulteriormente il riscaldamento globale. Qualcosa di simile accadrebbe con la perdita del permafrost, che porterebbe al rilascio nell’atmosfera di milioni di tonnellate di gas serra.

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