Energia, nuove prospettive per la competitività dell’Italia

Innovazione, energia e digitalizzazione

La nuova competizione globale per l’energia, la gestione dei dati e la sicurezza delle infrastrutture si sta spostando in mare, eleggendo il Mediterraneo a teatro di una partita cruciale per il futuro e la competitività dell’Europa e dell’Italia. È quanto emerge dalle due ricerche presentate dal Blue Economy Monitor, l’osservatorio promosso da Intesa Sanpaolo e Sda Bocconi School of Management, che analizzano le trasformazioni dell’economia del mare e il suo contributo alla crescita sostenibile. Grazie a una posizione geografica strategica e a una filiera industriale all’avanguardia nei cavi sottomarini, nell’ingegneria offshore, nella cantieristica e nelle telecomunicazioni, il nostro Paese ha l’opportunità irripetibile di affermarsi come lo snodo di riferimento tra Europa, Africa e Medio Oriente.

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Foto di Alex Duffy su Unsplash.

Parallelamente, i porti italiani affrontano una fase di profonda riconversione per accompagnare la transizione energetica, intercettando le nuove filiere legate alle energie rinnovabili, all’elettrificazione e alla decarbonizzazione.

Mare: ruolo centrale nelle sfide tecnologiche

Analizzando il quadro generale, le ricerche evidenziano come il mare stia assumendo un ruolo centrale nelle grandi sfide tecnologiche e industriali. Dai cavi che trasportano il 99% del traffico dati mondiale alle reti energetiche sottomarine, fino alla mutazione dei porti in piattaforme per la transizione ecologica, la blue economy si conferma uno dei motori di sviluppo primari per i prossimi decenni. La capacità di sviluppare reti e nuovi ecosistemi produttivi determinerà il posizionamento geopolitico e geoeconomico dell’Italia nell’area mediterranea.

In merito alle prospettive aperte da questi scenari, Elisa Zambito Marsala, responsabile education ecosystem and global value programs di Intesa Sanpaolo, nella nota stampa sottolinea come la blue economy si confermi proprio uno dei più promettenti motori di sviluppo per il Paese. Un vettore trasformativo “capace di generare innovazione, attrarre talenti, investimenti e creare nuove opportunità in ambiti strategici come le infrastrutture sottomarine, l’eolico offshore, la transizione energetica dei porti e le tecnologie digitali. Le trasformazioni in atto nelle economie del mare richiedono nuove competenze e profili professionali”.

Il mutamento in atto nelle economie del mare richiede nuove competenze e profili professionali inediti. Per questo motivo, secondo la manager, investire nel sostegno alla ricerca e nella formazione, rafforzando il dialogo tra imprese, università e ricerca, significa “creare nuove opportunità per i giovani, contrastare la fuga dei talenti e attrarre competenze qualificate, a beneficio della competitività del Paese nel contesto europeo ed internazionale”.

Sulla stessa linea Stefano Caselli, dean della Sda Bocconi School of Management, che rimarca l’obiettivo del Blue Economy Monitor, ossia “evidenziare macro-trend che incidono, e incideranno sempre di più, sulle strategie aziendali e sulle policy pubbliche in un settore di crescente rilevanza per l’economia italiana”. Le ricerche presentate contribuiscono così non soltanto al trasferimento di conoscenze, ma anche a chiarire opportunità e rischi per il sistema economico nazionale, in un’ottica più ampia di posizionamento geo-economico e geopolitico nel Mediterraneo.

Leadership italiana nelle reti digitali ed energetiche

La prima ricerca approfondisce le modalità con cui l’Italia può valorizzare la propria posizione geografica e il patrimonio di competenze industriali per diventare un punto di riferimento nelle reti elettriche e digitali sottomarine. Lo studio individua nelle interconnessioni elettriche sottomarine, nei cavi per le telecomunicazioni e nelle infrastrutture per la transizione energetica i principali driver di sviluppo della blue economy europea. Le prospettive di crescita delineate sono notevoli: entro il 2050 l’eolico offshore potrebbe arrivare a coprire fino al 30% del fabbisogno elettrico dell’Europa, generando una massiccia espansione della domanda di cavi sottomarini ad alta tensione indispensabili per collegare gli impianti rinnovabili, i sistemi di accumulo di energia e le reti energetiche integrate.

La filiera industriale italiana coinvolge aziende leader nella produzione di cavi, nell’ingegneria sottomarina, nella cantieristica e nelle telecomunicazioni, configurandosi come una leva formidabile per la competitività nazionale. A supporto di tale visione ci sono grandi opere infrastrutturali e flussi finanziari rilevanti. Il progetto Tyrrhenian Link collegherà Campania, Sicilia e Sardegna attraverso 950 chilometri di cavi sottomarini, mobilitando un investimento complessivo di 3,7 miliardi di euro. Inoltre, l’interconnessione elettrica Italia-Tunisia, nota come Elmed, ha ottenuto 307 milioni di euro di finanziamenti europei, confermando il valore del Mediterraneo quale ponte energetico tra Europa e Nord Africa.

A completare il quadro contribuiscono gli approdi internazionali di cavi dati situati a Genova, Bari, Catania e Mazara del Vallo, che rinsaldano la posizione dell’Italia nelle rotte digitali globali.

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Energia: la trasformazione dei porti e le sfide della transizione

La seconda ricerca concentra l’attenzione sul ruolo dei porti italiani di fronte alla transizione energetica, evidenziando come lo scalo marittimo debba gestire una mutazione radicale. Attualmente una quota rilevante delle merci movimentate negli scali nazionali risulta ancora legata ai combustibili fossili, mentre avanzano le opportunità offerte dall’elettrificazione delle banchine, dalle fonti rinnovabili, dalla logistica per l’eolico offshore e dai progetti di cattura e stoccaggio della CO2.

I numeri descrivono con chiarezza la rapidità del cambiamento in corso: nel 2025 l’Italia dipendeva dall’estero per il 75% del proprio fabbisogno energetico, un contesto in cui il 99,8% del petrolio greggio importato e la totalità del carbone arrivano via mare. Se le importazioni di gas naturale liquefatto sono cresciute del 141% tra il 2018 e il 2025, nello stesso arco temporale le importazioni marittime di carbone si sono ridotte dell’81%.

Attraverso l’analisi comparata delle 16 Autorità di Sistema Portuale italiane, lo studio ha evidenziato una preparazione disomogenea dei territori. Se alcuni scali, come Ravenna, si distinguono per la capacità di attrarre investimenti e sviluppare nuove filiere energetiche innovative, altri appaiono maggiormente esposti alla contrazione dei traffici tradizionali legati ai combustibili fossili. Tra i progetti di maggiore impatto emergono lo sviluppo dell’eolico offshore galleggiante, i sistemi di cold ironing per l’alimentazione elettrica delle navi durante la sosta in porto, le hydrogen valley e il citato progetto di Carbon Capture and Storage di Ravenna, destinato a porsi come hub mediterraneo per la decarbonizzazione delle industrie energivore.

A tirare le somme di questo articolato scenario è Francesco Perrini, responsabile scientifico del Blue Economy Monitor della Sda Bocconi, che evidenzia come le due ricerche dimostrino quanto la transizione energetica e lo sviluppo dell’economia sottomarina stiano ridefinendo in modo pervasivo il ruolo strategico delle infrastrutture marittime italiane. In tale contesto, una maggiore integrazione tra porti, reti subacquee e politiche pubbliche emerge come fattore determinante per “sicurezza energetica, crescita economica e autonomia tecnologica del Paese, che si pone sempre di più in una posizione di leadership nel Mediterraneo su questi temi”.

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