La moda è un comparto produttivo che ha un peso economico rilevante su scala globale. Si tratta inoltre di un settore in continua crescita. Basti pensare che, secondo le stime della Global Fashion Agenda e di Boston Consulting Group, come si legge sul sito dell’associazione Carbon Trust, il consumo di capi d’abbigliamento registrerà un aumento del 63% tra il 2017 e il 2030. A salire sarà anche anche la domanda dei Paesi in via di sviluppo che farà attestare il dato complessivo relativo all’acquisto di vestiti e calzature su un valore superiore ai 100 milioni di tonnellate l’anno. C’è però da considerare l’altra faccia della medaglia di questo trend di crescita. A un incremento di domanda corrisponde infatti un elevato costo dal punto di vista ambientale.

L’impatto ambientale del settore fashion

Ma quali sono concretamente le voci su cui filiera influisce in ambito green? Un primo elemento da considerare è la produzione di rifiuti post-consumo, un fenomeno che contribuisce all’aumento negli Oceani delle microfibre in plastica, generate ad esempio da tessuti in poliestere o scamosciati artificiali.

Per quanto riguarda invece l’utilizzo di acqua dolce, l’esempio più citato è quello del cotone. La maggior parte di queste piante ha un’impronta idrica che, per la coltivazione di un solo kg, può arrivare a raggiungere i  10.000 litri d’acqua. Un valore che può addirittura raddoppiare in alcune zone di determinati Paesi, tra cui l’India.

Altri esempi dell’impatto ambientale della fiera dell’abbigliamento sono poi il cambio di destinazione di suolo legato alla crescente richiesta di bestiame per la pelle o la le sostanze inquinanti uste per la tintura dei capi. Attività che causano deforestazione e danni alla biodiversità.

Non mancano poi gli effetti sul clima. Da un’analisi della Ellen MacArthur Foundation, con questi ritmi di crescita, entro il 2050 l’industria tessile rappresenterebbe circa un quarto delle emissioni totali di carbonio del mondo.

Abbigliamento e sostanze chimiche

Sulla questione delle sostanze chimiche usate nel settore tessile è stato realizzato nel 2018 dall’Anses, l’agenzia nazionale francese per la sicurezza alimentare, l’ambiente e il lavoro una ricerca. Lo studio mostra come nei tessuti che utilizziamo comunemente sono presenti sostanze come benzidina, alcuni ftalati, nonilfenolo o coloranti azoici. Si tratta di molecole che, da un lato,  possono provocare reazioni allergiche cutanee, dall’altro, hanno un effetto inquinate sull’ambiente. Per affrontare questa situazione l’agenzia suggerisce di lavorare alla creazione di un sistema di informazione rivolto al consumatore, ad esempio un’etichettatura per segnalare la potenziale presenza di tali sostanze. L’Anses raccomanda inoltre di educare i cittadini sull’importanza del lavaggio prima di indossare per la prima volta i capi che vengono a contatto con la pelle, seguendo le istruzioni di lavaggio comunicate dal costruttore.

Materiali green ed economia circolare 

Per cercare di limitare l’impatto ambientale del settore, tante sono le iniziative che vengono promosse. Progetti che vanno incontro a nuovi trend di consumo sempre più attenti all’ambiente, a modelli di business sostenibili e a tecnologie sempre all’avanguardia.

Per quanto riguarda i materiali la parola d’ordine è riciclo. Un esempio è il Lycell, una fibra artificiale prodotta dalla cellulosa. Si ottiene in particolare dalla polpa di legno di eucalipto e può essere impiegata per il settore dell’abbigliamento, ma anche per realizzare tessuti tecnici o destinati all’ arredamento.

Un altro tema chiave per promuovere sostenibilità nel mondo della moda è l’allungamento della vita utile dei prodotti. La produzione di indumenti che riescono a durare tre mesi in più può contribuire a ridurre del 3% l’impatto di carbonio , acqua e rifiuti dei brand.

Per quanto riguarda l’economia circolare, dai dati della Ellen MacArthur Foundation, emerge come un impegno a livello di settore per adottare principi di economia circolare potrebbe far crescere di  160 miliardi di euro il  valore del comparto entro il 2030. Tuttavia attualmente i dati sul fronte riciclo non sono così positivi attestandosi su un 18% in UE. Non mancano però le iniziative di brand di largo consumo che cerano i favorire il riciclo di abiti usati.

Il contributo del settore digitale per una moda green

Un aiuto per limitare l’impatto ambientale del settore tessile potrebbe venire anche dal comparto digital. Big Data e Intelligenza artificiale potrebbero essere utilizzati, come sottolinea il Fashion Technology Accelerator, per analizzare le richieste dei consumatori ed evitare di mandare in produzione capi che poi a pochi mesi dalla distribuzione diventano rifiuti, perché non trovano mercato. Naturalmente l’accoppiata green fashion e settore digital è solo uno dei volti della relazione tra moda e innovazione tecnologica. Un tema chiave che trova un vero e propio catalizzatore nel mondo delle startup.

Fibre da ananas e banana

Agraloop, ad esempio, è una realtà che si occupa della raccolta di rifiuti di produzione di colture alimentari fibrose, come ad esempio la canapa, la banana o l’ananas, per produrre fibre per tessuti biodegradabili.

Scarpe dai funghi

La startup Amadou produce invece scarpe e accessori usando la pelle degli amadou, funghi lingnicoli (Fomes fomentarius). Si tratta di un materiale biodegradabile e a basso impatto ambientale.

Purificare l’acqua con energia luminosa

La riduzione dei consumi di acqua, tema chiave per il settore tessile, è invece il principale vantaggio di Dragon, il nuovo sistema di purificazione dell’acqua proposto dall’omonima startup, che sfrutta l’energia luminosa. In questo modo si potrebbe aumentare la qualità dell’acqua riducendo il livello di sostanze chimiche ed energia richieste.

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