Le opportunità di lavoro e di innovazione in Italia ci sono e molte provengono dal settore della biotecnologia. Questi i dati incoraggianti dell’ultimo rapporto sulle imprese del comparto realizzato da Assobiotec ed ENEA che aprono il Mensile di ottobre di Canale Energia.

Il consolidamento dell’industria è evidente da un lato per il numero di attività che si sta stabilizzando, dall’altro da tutti i principali indicatori economici che ne accelerano il tasso di crescita.

Una rivoluzione che vede coinvolte in maggioranza le Pmi. Il 76% delle imprese biotech italiane difatti è di piccole o piccolissime dimensioni per un fatturato che supera gli 11,5 miliardi di euro con un incremento del 12% tra il 2014 e il 2016 per circa 13.000 addetti.

Una nuova età dell’oro per il genio italiano, di cui circa 260 miliardi di produzione, pari all’8,3% sul totale dell’economia nazionale, provengono dalla bioeconomia. Settore in grado di rinnovare industrie mature come le materie prime, la produzione di energia e intermedi, con una visione che guarda alla sostenibilità e all’economia circolare.

Linfa vitale per industria e occupazione ma che risente ancora di una legislazione da innovare. L’end-use, cioè il fine vita dei prodotti biocompostabili, non è ancora chiaramente identificato nell’umido, come gli aspetti normativi legati all’autorizzazione degli impianti, diversi per ogni singola regione. Eppure il comparto funziona e può garantire un’importante rinascita per l’export italiano anche in settori in cui siamo da sempre trend setter come moda e cosmesi.

Un’opportunità che ci si aspetta venga colta dal Governo, visti i margini di una manovra economica che non riconosce a dei settori innovativi, ma solo a dei processi, come la digitalizzazione, la capacità di far primeggiare il Paese.

Segno della visione a due marce del Paese vediamo come nello stesso giorno, il 30 ottobre, Fondazione Univerde presenta il rapporto su “Gli italiani, il solare e la green economy”, mentre Federchimica illustra i dati dell’ultimo “Responsible Care” del comparto. Quest’ultimo è ancora di natura volontaria. Ci chiediamo se non sarebbe il caso, anche qui come è stato per la green economy, di addurre qualche vantaggio fiscale per spingere il più possibile verso una visione sostenibile di ogni comparto produttivo.

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