Biodegradabile oppure no? La risposta arriva dallo studio condotto da un team del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa, guidato da Erika Ribechini, professoressa ordinaria di Chimica, insieme al dottor Marco Mattonai, dalla dottoressa Federica Nardella e dalla dottoranda Marta Filomena. Il lavoro è stato pubblicato sul Journal of Analytical and Applied Pyrolysis, frutto di una collaborazione con Biorepack, il consorzio nazionale per il riciclo organico delle bioplastiche compostabili.
L’obiettivo è produrre uno strumento in grado di individuare e quantificare il materiale non biodegradabile aggiunto in maniera fraudolente nel processo di produzione degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile.
“Non è sufficiente etichettare un prodotto come biodegradabile e compostabile: è essenziale verificarne l’effettiva conformità, per evitare che i residui plastici persistano nell’ambiente per anni”, sottolinea Marco Mattonai.
Grazie a un protocollo chimico-analitico messo a punto dallo studio è ora possibile quantificare in modo rapido e preciso il polietilene, materiale non biodegradabile, il cui utilizzo, al di fuori di minimi quantitativi leciti ammessi dalla norma, è espressamente vietato all’interno delle bioplastiche.
“Con le metodiche analitiche che abbiamo sviluppato è finalmente possibile effettuare controlli affidabili anche su campioni complessi, in tempi rapidi e con costi contenuti, offrendo uno strumento concreto a tutela dell’ambiente e della trasparenza verso i consumatori”, aggiunge Erika Ribechini.
Come funziona il protocollo sviluppato da Pisa
Il protocollo si basa su tecniche di pirolisi analitica accoppiata a spettrometria di massa. Queste sono capaci di rilevare concentrazioni di PE anche inferiori all’1%, in linea con i limiti di legge. In sintesi si tratta di uno strumento efficace sia per il controllo di qualità in ambito industriale, sia per la sorveglianza ambientale.
“Il nostro consorzio ha tra i suoi obiettivi statutari quello di garantire l’assoluto rispetto delle rigorose normative che regolano il settore delle bioplastiche compostabili, al fine di assicurare che la loro trasformazione in compost insieme al resto dei rifiuti organici apporti benefici al suolo e alla filiera agricola. È per questo che siamo felici di poter sostenere lo sviluppo di strumenti di controllo scientificamente inappuntabili, rafforzando così una filiera sostenibile di cui l’Italia è leader continentale”, conclude l’ingegner Carmine Pagnozzi, direttore generale di Biorepack.
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